IL TRANSESSUALISMO.

LO STEREOTIPO, LO STIGMA, LA DEVIANZA

Tesi di laurea di Anna Maria Pinto

Università degli studi di Bari - Facoltà di scienze della formazione

Anno accademico 2004/2005

 

 

note al testo

Anna è arrivata , cercando nel web, al sito dell'Arcitrans per reperire dati e informazioni sulla sua tesi; è cominciata così un dialogo a distanza fra lei e me che ha prodotto questo lavoro.
Da leggere. Magari l'italiano non è il massimo e Anna forse non dice nulla di nuovo, ma lo dice in modo piano, argomentato e discretamente documentato.
 
la pubblicazione della tesi
La tesi non è stata pubblicata, provvedo nel mio sitino.
Tutti i diritti e il copiright appartengono ad Anna Maria Pinto.
 
il contenuto
Si tratta di una tesi di laurea frutto di lavoro di compilazione di testi noti ma anche di documenti a circolazione nel web: Anna ha provveduto a farli emergere dalla nebbia che la marea del web implica, e solo questo è già un merito.

 

 


JENNY E’ PAZZA

Jenny non vuol più parlare,

non vuol più giocare,

vorrebbe soltanto dormire.

Jenny non vuol più capire,

sbadiglia soltanto,

non vuol più nemmeno mangiare…

…Jenny ha lasciato la gente guardarsi stupita,

nel cercare di capire le cose.

Jenny non sente più niente

Nemmeno la voce che il vento le porta…

…Io l’ho vista piangere di gioia e ridere,

che più di lei nella vita

credo mai nessuna...

io non vi credo, lasciatela stare,

voi non potete!!...

…Jenny non può più restare

portatela via

rovina il morale alla gente!!

Jenny sta bene e lontana

e forse potrà anche guarire un giorno.

Jenny è pazza

C’è chi dice anche questo!

Jenny ha pagato per tutti,

ha pagato per noi che restiamo guardare.

Jenny ha soltanto un ricordo

Qualcosa rimane... sempre giù in fondo.

Jenny è stanca,

Jenny vuole dormire.

(Vasco Rossi)

 

… dedicato a chi non può esprimersi liberamente…

 

(su)

 


INTRODUZIONE

 

La decisione di trattare la “TRANSESSUALITA’” come argomento di tesi, nasce dal desiderio di capire perché il 70% della popolazione, a fianco alla parola transessuale o trans, ci aggiunga sempre quella di prostituta o prostituzione.

La scelta nasce anche dal voler comprendere perché il fenomeno omosessuale, nonostante viaggi parallelamente, è sempre più accettato socialmente, mentre la transessualità rimane sempre nel disprezzo e nell’ombra della cultura, oltre a vivere nell’oscurità delle discipline umanistiche e mediche.

Non nascondo che buona parte di questo lavoro è stato reso possibile grazie al materiale pervenuto dalle associazioni che si occupano di tale fenomeno; senza dimenticare l’aiuto di Carla, una neo-donna con cui sono venuta in contatto tramite l’Arcitrans, che mi ha fornito del prezioso materiale su cui poter studiare le problematiche sociali che queste persone si portano dietro.

 

Nell’ambito medico, il transessualismo si affronta partendo da Cauldwell e Benjamin, che definirono tra gli anni 40’ e 50’ questo fenomeno, ponendolo inizialmente nell’ambito della medicina, non perché si tratti di una patologia mentale, una psicosi, una schizofrenia o una malattia fisica, ma perché le origini o meglio le cause, sono riscontrate sia a livello ormonale sia a livello psichico.

 

Benjamin definì il transessualismo, distinguendolo in primario e secondario, oltre che maschile e femminile (MTF e FTM); inoltre definì le eziologie e le modalità di intervento, attraverso la cura ormonale e l’operazione chirurgica di cambiamento sessuale.

In tutto ciò, la parte più affascinante del suo manoscritto intitolato: “Il fenomeno transessuale” è rappresentato da un capitolo dedicato alle lettere dei pazienti a lui rivolte, che chiedevano aiuto per le loro sofferenze e le depressioni, causate dal vivere in un sesso sbagliato, un sesso a cui si sente di non appartenere.

 

L'obbiettivo di questo lavoro è quello di analizzare il fenomeno transessuale con le sue problematiche; allo scopo, per una visione differenziale, nel primo capitolo si sono brevemente date le definizioni di omosessualità e di travestitismo.

Queste forme di identità sessuali hanno punti in comune con il transessualismo, ma hanno delle realtà (e cause) differenti; infatti l’omosessualità implica un orientamento sessuale, a differenza del transessualismo che è rientra nella disforia di genere e a differenza del travestitismo che è la semplice pratica dell’abbigliarsi (prassi per altro che può essere adottata dal trans per placare le ansie e le sofferenze); ed infine ho inserito il transgenderismo, che è un termine americano quasi sinonimo di transessualità.

 

Nonostante il termine sia venuto fuori solo negli anni 50-60’, grazie alle ricerche di Barbagli e Colombo, ho osservato che ci sono stati casi di transessualismo e travestitismo ancora prima della storia contemporanea, che per mancanza di un termine esatto, venivano conosciuti solo come “effeminati”e “invertiti”, in contrasto con gli omosessuali moderni , che sempre più assumono atteggiamenti da eterosessuali e desiderano avere riconosciuti i diritti “tipici” degli eterosessuali (esempio: l’unione matrimoniale).

 

Sin dal Cristianesimo, istituzioni e religioni hanno sempre cercato di regolare tutti i comportamenti dei soggetti attraverso le ideologie e con tabù sulla sfera privata ed intima: sui rapporti sessuali, sui ruoli dell’uomo e della donna e sulle forme d’identità sessuali.

 

Tutto ciò è stato influenzato da “norme sociali” (e non disposizioni legislative), provenienti da istituzioni sociali, che da sempre sono considerati veicoli di trasmissione di veri e propri stereotipi sessuali.

 

Per questo motivo l'analisi si sofferma sulla spiegazione del termine “stereotipo” di Lhumann, sulle cause e gli effetti che ha sulla massa sociale.

Naturalmente il riferimento va anche allo stereotipo sessuale, dal quale si può percepire come il comportamento sessuale dell’uomo sia gestito: è in base allo stereotipo che si fa la distinzione tra normalità e trasgressione.

Cosa accade se un uomo trasgredisce lo stereotipo, che in semplici parole è una “legge virtuale”? Il passaggio allo condizione di stigmatizzato non pare irragionevole.

 

Lo stigma, simile ad un tatuaggio, un neo sulla pelle, una traccia, un simbolo, un indizio, un’impronta difficile se non impossibile eliminare, per Goffman è una rottura tra identità sociale e virtuale; non solo ma accade che“…quando persone normali vengono a trovarsi in presenza fisica di uno stigmatizzato, viene a crearsi una delle situazioni problematiche fondamentali della sociologia. E' frequente che in questi momenti tutte e due gli interlocutori si trovano costretti ad affrontare apertamente le cause e gli effetti dello stigma…”[1]

 

Questi sono i presupposti di partenza per relazionare tutto il contesto e gli ambiti di vita del transessuale: famiglia, scuola, chiesa, lavoro; quest’ultimo giudicato così problematico già per chi si considera “normale”, figuriamoci per il trans.

 

Riassumendo, se lo stereotipo porta allo stigma, qual è la reazione dello stigma sul soggetto? Naturalmente uno degli effetti PUO’ (il che significa che non è un passaggio obbligatorio) condurre alla devianza.

Ora, di devianza se ne è sempre parlato, quasi la metà degli studi sociologici hanno analizzato la devianza in diversi contesti. La prospettiva interazionista della reazione sociale è la prova di questi studi ed un sociologo che ho ritenuto importante in questo lavoro è Lemert, che ha posto uno studio sui devianti che ben si adatta alla vita del transessuale: la teoria dell’etichettamento, in cui l’etichetta è vista come causa di una vera e propria carriera deviante. Prostituzione, abusi da sostanze (a volte) e suicidi sono degli atteggiamenti devianti dovuti allo stigma di prostituta, perversione, anormale, malato/a, delinquente, immorale, antietico, prorompente, volti soprattutto agli MTF (maschio transizionato femminile): le transessuali.

 

Purtroppo la situazione oggi non cambia, nonostante si siano fatte leggi, quale la 164 dell’'82 che permette il cambiamento del sesso e diventare vere donne o veri uomini (“veri” in un certo senso!), nonostante proposte di legge e di politica aziendale, nulla è mutato e chi decide di non giungere all’operazione di chirurgia per mancanza di denaro o perché negata dopo il “test di vita reale” continuerà a vivere “illegalmente” sotto delle vesti che per la società non gli appartengono.

Come sempre l’Italia rimane sempre un fanalino di coda, in quanto per la sfortuna di chi vive queste problematiche, ancora non siamo riusciti a eguagliarci (e forse lo sarà per molto) con altri Paesi europei che hanno gestito questa situazione con la “piccola soluzione”

 

Inoltre viene riportata una ricerca svolta dall’università di Torino volta a permettere i progetti di sensibilizzazione (svolti in collaborazione anche delle associazioni) per omosessuali e transessuali.

Viene fatto un breve excursus sulle associazioni che operano per far conoscere le realtà omosessuali e transessuali dando anche vita, pur scherzosamente o con provocazione, alla maggiore manifestazione annuale dei movimenti omosessuali e transessuali: il Gay Pride. Manifestazione che ha lo scopo di far conoscere, anche a quelle realtà che poco comprendono o poco si aprono verso queste forme di identità sessuale, l'esistenza delle diversità, come è stato il Gay Pride a Bari nel maggio 2003.

 

Su questo fenomeno si sia poco discusso malgrado la transessualità occupi vari campi disciplinari: la medicina, la psicologia, la sociologia, la psichiatria.

Pochi saperi e (nel caso di questa tesi) pochi testi sociologici hanno trattato il tema della transessualità e delle forme di devianza che ne conseguono, con l’unico effetto di mantenere fermo e solido il trinomio: TRANSESSUALITA’- PROSTITUZIONE- DEVIANZA.

 

(su)

 


CAP. 1 - NUOVE FORME D’DENTITA’ SESSUALI

 

Per analizzare la questione transessualità/società, è importante dare un significato preciso a 4 vocaboli che tendono ad essere accomunati tra loro: omosessualità, transessualità, travestitismo e transgederismo.

 

Lo scopo delle definizioni è quello di chiarire e di introdurre la problematica transessuale in chiave differenziale affinché non sia vista come forma accentuata, o forma ridicola, di omosessualità, oppure ancora come forma di travestimento da “spettacolo” o per scopi sessuali.

Si tratta di mostrare come essa sia una condizione specifica di vita accompagnata da diverse problematiche, completa di sofferenze e disagi causati dal rapporto altamente conflittuale che essa vive con la società; quest’ultima pronta,nel giudicare cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa morale e cosa no, soprattutto quando in ballo è un argomento che fino a 50 anni fa era conosciuto solo dai professionisti della medicina: l’“identità sessuale”, che in parole semplici è ciò che l’individuo percepisce di se fisicamente.

 

Naturalmente anche l’individuo eterosessuale e/o omosessuale, può vivere rapporto conflittuale con il resto della società. Nel caso dell’omosessualità questi rapporti possono differenziarsi all’interno del corpo sociale stesso. In Italia, i rapporti tra individuo gay e società ha differenze di tipo gografico (fra nord e sud) e culturali.

 

Ora, tale “lotta” aumenta e diminuisce a seconda dei casi; infatti la lotta dell’omosessualità è più lieve di quella dei transessuali, poichè la società viene ormai largamente informata (seppur a volte in modo errato) dai mass-media.

Questi, difatti, attraverso la “doppia faccia” del loro lavoro, per la ricerca del tanto amato scoop e della notizia che provoca stupore, altro non fanno che inculcare nuovi stereotipi, anche usando informazioni esagerate, troppo povere o persino finte.

È questo uno dei primi motivi che sta alla base delle grandi confusioni sui concetti che riguardandola sessualità dell’individuo.

Se non è chiara ancora l’idea dell’omosessualità, figuriamoci quella del transessuale che si imbatte in problemi più pesanti! Questo è il motivo per cui ritengo utile l”uso” delle definizioni.

 

 

DEFINIZIONI DI OMOSESSUALITA’.

L’ omosessuale o il “gay”, più comunemente detto, è innanzitutto quella persona che riconosce di appartenere ad un sesso biologico, nel senso che lo sente come suo e non lo vive come una forma di disagio.

Dunque l’idea è di un uomo che è attratto da un altro uomo ma continua comunque a definirsi uomo; altrettanto vale per una donna omosessuale, definita come lesbica.

In questi casi si parla di “orientamento sessuale”: ciò che si trova attraente dal punto di vista erotico. Nell’omosessualità l’orientamento è verso lo stesso sesso.

 

La formazione dell’identità omosessuale è descritta come una sequenza di fasi che va dalla sensazione di diversa identità verso una maggiore accettazione della propria identità sessuale.

La scoperta dell’omosessualità, ma prima ancora, l’attrazione per lo stesso sesso avviene secondo alcuni studi, dal periodo adolescenziale in poi in un tempo coincidente inizialmente con la scuola, dove avvengono le prime e maggiori esperienze emotive.

 

“Compagni/e di classe e insegnanti sono citati come oggetti della prima attrazione, mettendo in luce come la scuola rappresenti un contesto fondamentale del processo di definizione dell’orientamento sessuale.”[2]

 

Il percorso di formazione dell’identità omosessuale avviene in 3 punti fondamentali:

  1. Prima attrazione sessuale verso l’individuo dello stesso sesso che, come accennato sopra, avviene durante l’adolescenza. La scuola è vista come contesto fondamentale per la definizione del proprio orientamento.

  2. Primo rapporto sessuale con la persona dello stesso sesso intorno ai 18/20 anni. La prima esperienza ha vissuti variati, con sentimenti e ricordi a volte positivi, a volte negativi.

  3. Il “coming out” cioè la definizione di se come gay o lesbica con dichiarazione agli altri di provare attrazione per la persona dello stesso sesso.

Quasi tutti gli omosessuali ricordano a pieno tale momento (che avviene in genere,dopo il primo rapporto sessuale). Secondo Troiden il coming out è un momento importante perché rappresenta un passo per l’accettazione e il consolidamento della propria identità.

La dichiarazione pubblica di omosessualità (il coming-out omosessuale) è un momento molto difficile specie quando avviene in famiglia e nel lavoro; è certamente una scelta coraggiosa ma molto rischiosa, perché si possno compromettere anche i rapporti più solidi.

In particolare i rapporti con i genitori, dove le “reazioni negative” possono essere manifestate attraverso il “cacciare di casa” (reazione molto comune fino a qualche anno fa) o il “ proporre di andare dall’ analista o psicologo per curare il male”(effetto comune ancora oggi); si deve rilevare tuttavia che le reazioni non sono sempre del tutto negative: si registrano anche casi di “indifferenza” (rari) e di “accettazione” (dipendente soprattutto dal livello culturale).

Alcuni omosessuali hanno dichiarato:

"i miei non erano contenti però hanno accettato e si sono mostrati comprensivi!"[3].

Questa reazione dei genitori è rara e non tutti scelgono di dichiararsi dei “diversi”; c’è chi cerca di nascondere il tutto attraverso delle strategie non sempre ben strutturate, con le quali il soggetto cerca di evitare che la famiglia sappia o sospetti di lui/lei.

A volte capita però che la conoscenza della situazione di un figlio omosessuale, avvenga attraverso una violazione della privacy, o scoperta di indizi che sospettino i genitori, fratelli, sorelle e parenti.

Comunque alcune ricerche svolte hanno riscontrato come il familiare che viene a conoscenza dell’omosessualità prima di tutti gli altri è la mamma, in quanto sentita più vicina e forse più comprensiva della situazione, a differenza del padre che principalmente viene a conoscenza dalla madre o da fratelli.

 

 

DEFINIZIONE DI TRANSESSUALITA’. CAUSE E “SINTOMI”.

Transessualismo, denominato anche “Disforia di Genere”, è termine introdotto nel 1971 per comprendere le varietà di soggetti che avevano problematiche sessuali, ed indica oggi, la condizione dell’essere in uno stato di conflitto tra il Genere ed il sesso fisico.

Genere e sesso sono indicate come sinonimi nei vocabolari, ma non è affatto così. Già il dottor Prince, fondatore della rivista per i travestiti, affermò che il sesso è quello “al di sotto della cintola” e “il genere è al di sopra”[4].

Il genere e il sesso sono 2 cose completamente separate: il sesso è una funzione fisica mentre il genere è una componente dell’identità. Il sesso rientra nei “parametri” dell’anatomia, il genere in quelli dei comportamenti.

E’ preferibile parlare di “sistema sesso/genere”[5] da intendersi come quella struttura che da vita alla società; struttura costituita dall’ unione di rappresentazioni, significati, culture, norme con cui si determinano le idee di uomo e donna.[6]

 

Secondo la concezioni comune a tutti (anche se questo sarà argomento del prossimo capitolo) sin da Adamo ed Eva, esistono 2 sessi: appunto “uomo e donna” e quello che ci è difficile comprendere è che esistono in realtà individui che hanno di fatto un sesso anatomico, ma che non si sentono esattamente come maschi o femmine.

Sono questi i transessuali!

Sono immaginariamente posti al centro tra 2 poli: il polo uomo e il polo donna, tendenti con l’espressione delle loro identità, ad avvicinarsi ad una delle 2 estremità.

Per dirla più semplicemente, il transessuale è quella persona (maschio o femmina) nata con un dato sesso fisico ma consapevole di essere di genere opposto ad esso; per tale motivo cerca di “avvicinarsi”, prima con la manifestazione di comportamenti del sesso a cui si sente legato, poi ricorrendo a cure mediche che compendolno lasomministrazione di ormoni (estrogeni somministrati all’ uomo e androgeni somministrati alla donna) fino a una operazione chirurgica di cambiamento del sesso (RCS).

 

Dopo tale operazione di riconversione, termina la carriera transessuale per dare il posto alla “neo-donna”, o il “neo-uomo” in senso lato, perchè geneticamente la persona rimane invariata e il DNA non viene modificato.

Transessuale è perciò quella persona che si sente intrappolata nel sesso opposto.

 

Oggi in Italia sono circa 10.000/15.000 i transessuali presenti, sparsi soprattutto nelle grandi città.

Sono maggiormente presenti gli MTF: maschile transizionato femminile, che gli FTM: femminile transizionato maschile. Queste sono le sigle che indicano il punto di partenza del sesso e quello di arrivo dopo il cambiamento degli organi.

La parola transessuale è stata usata per la prima volta nel 1949 dal dottore e psicologo americano D.O. Cauldwell per indicare tutti coloro che non appartengono al sesso biologico di nascita ; poi agli inizi degli anni 50 il suo successore fu Harry Benjamin, inizialmente ricercatore e poi chirurgo di fama nel mondo dei trans.

Egli porto la parola transessualità all’ Accademia delle scienze di New York, facendola entrare così nel vocabolario ufficiale. Secondo Benjamin il fenomeno transessuale si divide in primario e secondario.

Ma oltre le cause primarie e secondarie, sembrano rientrare anche quelle psicologiche, manifestate durante il periodo della prima infanzia, quando si vivono esperienze soprattutto in famiglia, che condizionano l’identità di un individuo:

STORIA DI LUCA/GIOIA.

“Luca/Gioia…quartogenito,dopo 3 femmine, è cresciuto in ambiente esclusivamente femminile.

Adorato dalle sorelle e dalla madre, non è stato in alcun modo contrastato nei suoi giochi di travestimento infantile. Le stesse sorelle si divertivano a giocare con lui, a vestirlo come se fosse la bella bambola.

Il bambino pertanto non si è sentito deriso, ma oggetto di una affettuosa complicità” [9]

 

Con l’ esempio di questa storia, forse riusciamo a capire meglio come il sesso sia certamente un segno che ci identifica dalla nascita e allo stesso modo dovremmo comprendere che non sempre può rappresentarci, in quanto la nostra identità, essendo in continua formazione, evoluzione, viene influenzata da svariati fattori che al 50% potrebbero essere rappresentati dai rapporti che il soggetto vive con gli altri e i contesti di vita in cui egli è inserito.

 

La persona transessuale vive un conflitto che secondo Jennifer Diane Reitz è “quasi sempre espresso fin dai primi ricordi consapevoli, ed è causa di sofferenze.

 

Dunque, nell’ambito delle disforie di genere, il transessualismo costituisce “il grado estremo del disturbo del nucleo dell’identità di genere” e che comprende 3 problematiche:

  1. desiderio di essere del sesso opposto;

  2. desiderio di vivere nel ruolo del sesso opposto;

  3. desiderio di acquisire lo status sociale in armonia con i primi 2 punti.

Il primo intervento medico di rassegnazione sessuale è stato fatto sull’americano Gorge Jorgensen, che dopo l’operazione si fece chiamare Christine, precisamente nel 1953.

Come si vedrà più avanti, il transessualismo è sempre esistito, perfino nel mondo dell’antica Roma (con i popoli “gallae", e i Frigi), nell’Islam, nel Madagascar, nell’attuale Kenia, popoli dove la transessualità era accettata e rispettata.

 

Ancora prima che il termine “transessuale” fosse coniato da Cauldwell, attraverso ricerche documentali, si può notare come la storia è piena di casi di transessualismo nascosti o scambiati per travestitismo o omosessualità, an che se spesso è incerta la veridicità dei documenti.

Fra questi si ricordano fra i piu famosi: il cavaliere D’Eon e il duca di Orleans, fratello di Luigi XV; Vittoria Colonna; Sporo, giovane ventenne che secondo leggenda Nerone fece innalzare ai ranghi di imperatrice; più verificto è il caso di uno degli ultimi imperatori di Roma, Eliogabalo, che si abbigliava da donna nelle grandi occasioni o visite ufficiali. L'argomento verrà ampliato nell’ultimo paragrafo: “i cenni storici”.

 

DIFFERENZE TRA OMOSESSUALITA’ e TRANSESSSUALISMO.

Il transessualismo e l’omosessualità sembrano condividere le stesse cause nel periodo fetale ma non vi è nulla di certo. Una differenza accertata è che nell’omosessualità si parla (come si è affermato prima) di orientamento sessuale volto verso lo stesso sesso, senza il desiderio di riconversione nell’altro sesso, come accade invece per il transessuale.

Inoltre la transessualità si presenta indipendentemente dall’ orientamento sessuale.

 

Infatti le relazioni tra omosessuale, sono quelle stabilite tra 2 uomini o tra 2 donne; le relazioni transessuali secondo i diretti interessati sono quelle di un uomo con una donna o viceversa, dunque di relazione eterosessuali se consideriamo l’identità che vivono e cercano di manifestare.

Henry Benjamin cercò di chiarire se il transessuale è omosessuale o eterosessuale, giungendo ad affermare che “è omosessuale se si considera la sua anatomia; è eterosessuale se si tiene conto della sua psiche.[10]

”La sua situazione dopo l’intervento chirurgico vedrà la neo-donna o il neo-uomo ancora omosessuale se prevale pedanteria e sottigliezze tecnicistiche; non omosessuale se si fa uso della ragione e del senso comune e se il paziente è trattato come persona e non come numero d’archivio.”[11].

 

RAPPORTI TRA TRAVESTITISMO e TRANSESSUALISMO

Il travestito, che è generalmente uomo, è colui a cui piace addobbarsi con vestiti del sesso opposto non desiderando altro.

I travestiti ammettono, come non accade per i transessuali, di essere uomini; per cui “pensano e vivono da uomini”[12]. Il travestito infatti non vuole cambiare il suo corpo in niente a differenza del transessuale che pone le sue speranze nella chirurgia plastica.

 

Ma non si può tralasciare che Benjamin sempre nel suo testo: “fenomeno transessuale” studiò 3 categorie di travestiti che possono sfociare nel transessualismo:

  1. Quelli che si abbigliano soltanto in alcuni casi, ma conducono una vita nella normalità e sono anche eterosessuali; possono anche essere padri di famiglia.

  2. Quelli che oltre ad abbigliarsi vogliono un piccolo cambiamento fisico per assomigliare al corpo femminile, ma questo non significa che provano ribrezzo per i loro organi genitali.

  3. Quelli che rappresentano il transessualismo vero e proprio perché provano disgusto per il loro corpo mostrando disorientamento del ruolo relativo al sesso di origine.

La parte “umoristica” del travestitismo, soprattutto nei giorni nostri, è quella in cui si assumono degli atteggiamenti che hanno l’obiettivo di “carnevalizzare”[13] le identità; cioè attraverso l’espressione esagerata di tratti comportamentali legati al genere e con parrucche colorate e make-up esagerati, si rende umoristica l’identità sessuale femminile o maschile (quest’ultima rara, quasi inesistente).

I primi spettacoli iniziarono negli anni 40’, con i travestiti che presero il nome di “regine” o“drag”: gli abiti femminili da sfoggiare rappresentavano una occasione di libertà; ma alla fine degli anni 50’, sopraggiunse una crisi della drag, che da suscitare inizialmente la curiosità, si accusava fosse perversa e sconcia.

 

Perciò soprattutto in Gran Bretagna gli spettacoli furono trasferiti dai grandi locali nei piccoli pub; le uniche alternative dei travestiti erano gli imbarchi sulle navi o la grande Parigi[14]: città all’epoca nota per essere più libera, dove continuavano a trionfare le drag nei cabaret e nei club per adulti.

 

Si rileva che può esistere motivo di confusione fra transessualità e travestitismo perchè molti "veri” transessuali praticano il travestimento con abiti del sesso opposto. In realtà ciò non dipende dal voler ridicolizzare la loro problematica, ma perchè in questo modo possono placare la sofferenza che provano se invece indossano gli abiti del sesso biologico.

Il travestimento è praticato anche quando viene sconsigliata l’operazione di conversione per vari motivi - per impedimenti fisici, per paura delle conseguenze sanitarie, per mancanza di denaro occorrente per all'intervento chirurgico eseguito privatamente, o ancora perché le liste d’attesa per l’operazione hanno tempi molto lunghi.

Così facendo però, con il travestimento che il trans assume (come una specie di farmaco che cura i sintomi di una malattia), il disagio viene soltanto placato ma non eliminato e perciò tale pratica può andare incontro a situazioni disastrose: automutilazione, suicidi, depressione, droghe.

 

E’ perciò sbagliato considerare come sinonimi il travestitismo e la transessualità anche se ususlmente raggrupparli in un unico termine può sembrare più facile; nonostante ciò, questo risulterebbe molto riduttivo. Il transessuale vive una realtà complessa che merita di non essere accomunata a nessun’altra forma di sessualità.

 

 

DEFINIZIONE DI TRANSGENDER.

La parola transgender non è altro che la costruzione rappresentativa di una realtà personale che va oltre (trans) il genere.

E’ un termine inglese che in italiano corrisponde a “transgenere” e sta ad indicare l’insieme di quelle persone che sono non conformi alle norme del sesso e genere. Si riferisce a travestiti, a transessuali che secondo Reitz “vivono un ruolo sociale opposto a quello del loro sesso fisico. La funzione del transgenderismo è sociale e politica ma non clinica”.

Ciò implica che le transessuali MTF che non aderiscono alla chirurgia per svariati motivi, o quelle che mantengono il funzionamento sessuale maschile, si definiscono come transgender poiché è solo il genere che cambia; a differenza di quelle che disconoscono in tutto la funzione sessuale maschile, che dunque si identificano come transessuali, visto che cambiano funzione sessuale e quindi identità sessuale.

 

Transgender è termine simile a transessualità, dunque quasi sinonimo, in quanto c’è la negazione di una logica che vede insieme sesso, genere e orientamento sessuale, ciò significa che il transgender non vede ciò che la società impone di vedere; in parole più povere, va contro all’ idea che possiede il resto della comunità riguardo l’individuo: cioè il maschio forte, virile e attratto dalle donne.

Il transgender nega il suo genere per “accedere ad una nuova sessualità in cui si riconosca ed esprima se stesso".

 

Secondo Nancy Nangeroni, esponente del movimento transgender americano, il mondo transgender si autoidentifica in diverse categorie e comprende:

Accanto a queste forme d’ identità, il “Manifesto azione trans”, realizzato nel 2002 dal gruppo “Crisalide”, ha cercato di classificare le diverse identità di genere, secondo il costrutto di genere e l’ orientamento sessuale. Così non si parlerà più di differenza sessuale ma di “differenze sessuali”[15] che portano alla tras-formazione della soggettività di genere.

 

Trans, transgender, ma anche gay e lesbiche sono delle soggettività presenti da molto tempo, ma uscite allo scoperto da poco ed inserite nel contesto sociale che vede inscindibili: identità, sesso, genere, orientamento sessuale.

Perciò a cusa di questi parametri così rigidi, è difficile per la gente comune sapere che ci sono delle identità che non corrispondono all’ idea di tutti, e per questo tali identità sono sottoposte a continui attacchi, giudizi, e conseguenti etichettamenti. Con questa iniziale analisi spero si sia reso chiaro che ci sono termini quasi uguali, che appaiano perfino sinonimi (transessualismo-travestitismo), ma basta una piccola riflessione per accorgersi che sono concetti che viaggiano su linee parallele, si incrociano, e nuovamente si separano.

 

 

CENNI STORICI: GLI“INVERTITI”.

Come si è accennato nei paragrafi precedenti, la storia e anche la mitologia classica ha conosciuto dei fenomeni transessuali, ma essendo la parola transessualità/transessualismo recente, è impossibile scovarla nei documenti storici del passato; ancora prima di “inversione” o “invertiti”, questi fenomeni venivano spiegati attraverso la nozione di "MUTAMENTO DEL SESSO" che implicava il semplice cambiamento d’abbigliamento, la pratica dell’omosessualità genitale e l’assunzione dell’identità opposta.

 

Gli studi svolti da Benjamin hanno fatto riscontrare come nella mitologia greca gli Dei potessero disporre il cambiamento del sesso di un individuo.

Nel medioevo cristiano il cambiamento di sesso era opera della stregoneria e dei demoni. Si credeva infatti che proprio le streghe, fossero in possesso di “pozioni magiche” con lo scopo di cambiare i sessi delle persone. Una testimonianza di una giovane ragazza mutata in ragazzo dal diavolo, è riscontrata nel più grande libro sulle streghe: “Malleus maleficarum” pubblicato nel 1489 e che funse da mezzo per trattare la pazzia per più di 200 anni.

 

Anche nella storia classica, erano presenti soggetti insoddisfatti del sesso di appartenenza, tali personaggi erano naturalmente posti al centro di discorsi di filosofi e poeti, per esempio Filone, filosofo di Alessandria, scrisse sui transessuali e travestiti di quell’epoca: “..riservano cura al loro abbigliamento esterno, alcuni non hanno neppur voglia di ricorrere a mutare artificialmente la loro natura d’uomini, altri bramando una completa trasformazioni in donne, hanno amputato i loro organi..”[16]

 

Nella storia dell’impero romano, si narra la leggenda di Nerone che, dopo aver ucciso con un calcio la moglie, fu preda del rimorso e volle trovare qualcuno che sostituisse la moglie e soprattutto che le somigliasse; quello che si adattava a ciò fu un giovane ragazzo, Sporo, che fu tramutato in donna per ordine dell'imperatore; in seguito i due si sposarono.

Di Eliogabalo, generale e imperatore, si dice che avrebbe offerto al medico che consentiva l’operazione, la metà dell’Impero Romano e che fosse deliziato nel sentirsi chiamare: “la signora, la sposa, etc”.[17]

 

Dal rinascimento fino alla fine del 19° secolo la storia presenta ancora diversi transessuali, in primis il re Enrico III di Francia che voleva essere considerato donna, oppure l’ambasciatore Luigi XIV che scrisse: “io penso sinceramente d’essere donna…è la bellezza a creare l’amore, e la bellezza è dote della donna. Udendo qualcuno vicino a me sussurrare "che donna graziosa!" ho provato un piacere grande al di la di ogni paragone. Ambizione, ricchezza, non possono eguagliarlo.

Precedentemente ho citato il Cavaliere d'Eon, come esempio di cambio di identità; infatti quando morì si scoprì che aveva vissuto 49 anni da uomo e 34 da donna.

 

Questi documenti dimostrano come lungo la storia la transessualità sia ben presente a differenza di chi crede che la sue cause siano radicate nel nostro secolo; inoltre anche le altre culture, come gli Amerindi, conoscevano il fenomeno, riuscendo anche a stabilire una graduazione di accettazione sociale.

 

Per quel che riguarda l'Italia, intorno al 1700 la presenza dei veri transessuali è mono documentata, a differenza dei travestiti abbastanza presenti; infatti molti degli omosessuali che amavano travestirsi erano considerati come “ invertiti”. Purtroppo la poca documentazione esistente non offre molto: vi sono diverse storie di omosessuali che si abbigliavano ma pochissime storie di chi davvero sentiva di appartenere al sesso opposto.

La più nota di queste è quella di Caterina Vizzani (1700-1800) che visse da uomo sotto il nome di Giovanni Bordoni e che considerato da tutti come un grande “donnaiolo”, ma solo al termine della sua vita si scoprì che era di sesso femminile.

 

Dunque, in quell’epoca gli invertiti erano gli omosessuali, a cui piaceva assumere degli atteggiamenti del genere opposto, attraverso:

  1. l’ assunzionedi nomi di persone dell’altro sesso o modificazione di quello proprio al femminile o maschile;

  2. l’ adozione di strategia di Caterina Vizzani, cioè l’abbigliarsiogni giorno e non solo nelle occasioni, come facevano solo i travestiti, con delle fasce coprivano il loro corpo: il seno, i fianchi, i genitali;

  3. la modificazione del loro aspetto esteriore: il taglio dei capelli, il trucco agli occhi.

Della seconda metà dell'ottocento è la storia di un giovane italiano di 23 anni che spedì allo scrittore Emile Zola una confessione che fu poi fatta pubblicare, dallo stesso Zola, su una rivista scientifica.

Questo giovane sapeva e sentiva benissimo di non essere un omosessuale in quanto sentiva di esser parte di una natura “pervertita e straordinaria”, egli dichiarava “avrei potuto essere una donna adorabile una madre e una sposa irreprensibile e non sono che un essere incompleto, mostruoso, che desidera solo ciò che non gli è consentito.[18]. Egli si sentiva tristemente bloccato nel sesso a cui la sua anima non apparteneva e considerava che in lui ci fosse la femminilità, il cuore e l’anima di una donna.

 

Al di la di questa storia, numerosi sono stati i mutamenti del sentire sociale attorno al rapporto fra identità e comportamento, se alcune volte per capire l’omosessualità di qualcuno, bastava guardare i suoi atteggiamenti (un po’ effeminati degli uomini e un po’ mascolini delle donne) oggi la discriminante dei comportamenti superficiali non è più indicativa.

Barbagli e Colombo hanno definito come “omosessuali moderni” i gay di oggi; quelli che nei nostri giorni non hanno più bisogno di assumere il ruolo del genere opposto per definire qual è la loro identità e i loro desideri erotici.

È dunque qui che c’è la differenza con il transessuale; qui si comprende anche perché all’interno della società, è ben radicata l’idea di transessuale come gay effeminato. La colpa, se così può dirsi, è delle storia del passato: di coloro che pur solo omosessuali si travestivano da donna o da uomo solo per desiderio e non perché davvero sentivano di appartenere al sesso opposto.

 

(su)

 


CAP. 2 -DALLO STEREOTPI ALLO STIGMA

 

IL CONTROLLO DELLA SESSUALITA’.

Dopo aver brevemente spiegato quali sono le diverse identità sessuali ed aver accennato alle definizioni di transessualità, omosessualità, travestitismo, particolare importanza deve essere riservata al controllo della sessualità ad opera della società, controllo che assolve l'obiettivo del mantenimento delle strutture sociali costituite; è da questo controllo (non attiene alla sola sfera sessuale) che origina lo stereotipo e naturalmente anche lo stereotipo sessuali.

 

I meccanismi con cui si attua questo “dominio” sociale, sono organizzati su due livelli formali: 1) livello istituzionale; 2) livello ideologico[19].

Per quel che concerne le istituzioni, il controllo è attuato attraverso la pratica matrimoniale e familiare; invece le ideologie mirano a legittimare le istituzioni sociali esistenti.

Il controllo della sessualità avviene anche a livello informale: attraverso il pettegolezzo, le chiacchiere, le prese in giro su certi modi di esprimere le sessualità individuali.

 

Il controllo delle norme sociali è svolto dai meccanismi organizzativi sociali che sono di vitale importanza per la sopravvivenza della società stessa. Questi meccanismi verificano il rispetto delle norme sociali attraverso leggi e regolamentazioni; divieti e leggi morali per esempio sull’ adulterio, sulla sodomia, sull’omosessualità (e naturalmente anche sul transessualismo) e dove l’educazione sessuale, la medicina e la scienza non fanno altro che contribuire, assieme alle ideologie e alle istituzioni, a mantenere alto il controllo sociale.

 

È risaputo che i comportamenti sessuali variano da persona a persona, fra classi sociali e fra religioni e che le norme, insieme agli standard etici, sono differenti a seconda della cultura; infatti queste “decidono” quali tipi di comportamento censurare e quali ritenere leciti.

 

Le religione e le istituzioni hanno come ruolo fondamentale, proprio il controllo sulla società; le ideologie cristiane e non cristiane, sono un “mezzo”[20] per produrre l’etica sulla sessualità che, legandosi a norme e sanzioni, regolano la vita sessuale (e naturalmente favoriscono la nascita degli stereotipi).

Il cristianesimo ha elaborato lengo i secoli la concezione di matrimonio come modo per censurare ogni forma di sessualità che non fosse rivolta ella procreazione. Dal Medioevo in poi sempre il cristianesimo ha elaborato una morale intorno alle pratiche matrimoniali, accettando solo una qualche forma di sessualità all’interno del matrimonio stesso.

 

Solo dall’800 in poi la sessualità accennò passi verso la liberazione dalla paura e da quello che veniva definito peccato dalla chiesa; quello fu l’inizio di una nuovo progresso (che non si arresterà) della sessualità, che iniziava a non essere più vista come legata alla riproduzione umana, ma legata al piacere sessuale, fino a definirla vera forma d’identità.

Dunque la sessualità è sempre in continua evoluzione, è passata nel corso dei secoli da essere considerata da fatto biologico a fatto sociale, in quanto coinvolge l’intera massa sociale; pian piano si è andata liberandosi nonostante divieti e regolamentazioni, fino al suo riconoscimento ufficiale (in contrasto con la Chiesa e istituzioni tradizionali) alla Conferenza dell’ ONU a Pechino e alla conferenza di sessuologia ad Hong Kong che introdusse “i diritti sessuali”.

 

 

LO STEREOTIPO TRA ORIGINI E SIGNIFICATI.

Si è detto che il controllo della società da parte di ideologie e istituzioni provoca inevitabilmente degli stereotipi, soprattutto sulla sessualità considerata Il Grande Tabù nel corso dei secoli; ma lo stereotipo cos’è, e come agisce?

 

La parola stereotipo (dal greco stereos= permanente e tupus= impronta) è stata utilizzata per la prima volta nel 1922 dal Lippmann, allora giornalista, che affermò che nella nostra mente ci costruiamo delle piccole immagini per poter percepire eventi sociali e persone[21].

Ciò significa che abbiamo delle idee fisse con le quali organizziamo le “rappresentazioni sociali”: cioè un sistema fatto di credenze, valori e cultura, che assume due funzioni:

Gli stereotipi sono stati definiti da Lippmann come delle “rigide generalizzazioni”[22] che semplificano i “fatti”, avendo come riferimento non le persone ma il gruppo delle persone, oltre ad avere un contenuto nozionistico a volte anche inesatto.

 

Lo stereotipo è stato oggetto di studio da parte di sociologi e psicologi sociali secondo diversi approcci:

DALLE CATEGORIE AGLI STEREOTIPI

Il fatto che gli individui vedano la realtà sociale in base a delle categorie di pensiero che viaggiano nel tempo, di generazione in generazione, da padre in figlio, di fatto limita la possibilità di formare delle proprie idee sul modo di organizzare ed osservare la vita.

Ciò significa che la categorizzazione produce effetti di conservazione sociale; ciò è stato ribadito ancora una volta da Tajfel: “gli stereotipi nascono dalle categorizzazioni. Essi producono semplicità e ordine dove c’è complessità… ci possono aiutare a gestire le complessità se le differenze che si manifestano tra i gruppi vengono trasformate in chiare distinzioni”[26].

 

Tra gli effetti principali della categorizzazioni c’è da un lato l’accentuazione delle somiglianze tra cose, eventi, persone che fanno parte della stessa categoria; dall’altro lato le categorie aumentano quelle differenze che ci sono con i gruppi diversi dai propri.

L’effetto negativo è quello di mettere a confronto le due categorie e conseguentemente emettere dei giudizi: un esempio è il dire: “gli eterosessuali sono sani di mente, i transessuali sono pazzi”, e via dicendo…

 

Questo implica un’ altro effetto della categorizzazione: quello di fare dei favoritismi al proprio gruppo[27]: il forte senso di appartenenza ad un gruppo, (ipotizziamo una piccola comunità) vede i membri del gruppo marginale, (in questo caso i transessuali) come tutti uguali tra loro, senza differenze soggettive; nella comunità, gli altri, i diversi, non hanno nulla per cui differenziarsi tra loro stessi, come se fossero un insieme inscindibile (per cui, TUTTI i transessuali sono prostitute) a differenza degli appartenenti alla comunità che pensano di distinguersi gli uni dagli altri.

Questo avviene per il banale motivo della mancanza di relazioni, o anche semplici contatti, con i membri del gruppo a cui non apparteniamo e che invece giudichiamo.

 

La questione successiva è il passaggio dalla categorizzazione allo stigma/etichetta

Il passaggio è abbastanza lineare, un esempio rende più facile la spiegazione: se camminando per le vie di una città troviamo un barbone, uno zingaro o un transessuale, insomma qualcuno che attiri la nostra attenzione, automaticamente, con la messa in atto di categorizzazioni di cui non ci rendiamo conto, inseriamo tale barbone, zingaro o transessuale in una categoria sociale.

Lo stigma, l'etichettatura, scatta nel momento in cui sono assegnate alle categorie dei giudizi che vengono trasferiti dalla categoria all'individuo, a quel peciso individuo; giudizi che chiamano in causa dati valoriali o morali estesi a tutta la categoria.

Ad esempio: alla catregoria "transessuali" viene applicata l'etichetta "prostitute"; l'etichetta è trasferita dalla categoria ai singoli individui della categoria e quindi "tutti i trans sono prostitute", ovvero quel transessuale che strai vedendo per strada è una pustituta.

 

L'utilizzo sociale dei processi di semplificazione della realtà, gli stereotipi (condizionati da fattori sociali, dai modi con cui l’individuo interagisce con gli altri, dai processi di inclusione ed esclusione, dai rapporti di potere e da risorse sociali con diverse distribuzioni), assolve a precise funzioni:

Si comprende che la caratteristica dello stereotipo è la “rigidità” e le notizie o informazioni che hanno lo scopo di abbatterlo hanno vita corta, perchè sono considerate senza senso e perciò dimenticate immediatamente.

Gli stereotipi, inseriti nel contesto socio-culturale, sono costruiti in condivisione alle norme, il che li rende ancora più solidi e rigidi.

 

 

LO STEREOTIPO SESSUALE

I processi di categorizzazione prima affrontati, sono inseriti nel contesto socio-culturale, visto come il risultato dell’ interazione degli individui.

Per comprendere i processi di stereotipizzazione dell’ identità maschile e femminile bisogna avere ben chiara l’idea di stereotipo, visto come risultato dell’ organizzazione delle relazioni sociali tra uomini e donne.

 

Lo stereotipo sessuale è un meccanismo di categorizzazione che generalmente è utilizzato per interpretare, strutturare e rappresentare ciò che è maschile e femminile, rafforzando e strutturando sociamente le differenze date dalla biologia.

"L’uomo fa parte del sesso forte, la donna fa parte di quello debole”: questo è un esempio comune di etichettamento dei due sessi, assieme a tantrissime altre.

Nel diciannovesimo secolo, durante l’ epoca vittoriana, le società occidentali stabilirono i cosiddetti criteri di “normalità” nell’ ambito sessuale con i seguenti iferimenti:

  1. la norma biologica: normale è colui che appartiene ad uno dei due sessi che la natura ha creato: maschio e femmina;

  2. norma statistica: che permette ai clinici di difendersi contro le neutralità di giudizio;

  3. norma morale o etica: la sessualità deve rispettare un “codice morale” secondo cui ci sono dei limiti ai comportamenti sessuali;

  4. norma psicologica: che fa a capo alla teoria della psicoanalisi per lo sviluppo armonioso della personalità, e fa capo anche alla teoria di Piaget riguardante la coscienza sociale e morale autonoma.[29]

L’approccio sociocostruzionista considera i fenomeni sociali come prodotto di diversi processi studiandoli dando importanza al processo storico dell'elaborazione sociale dei modelli; per lo stereotipo sessuale, si riconosce come riferimento proprio i criteri dell’ epoca vittoriana.

 

Per parlare di stereotipo sessuale, facciamo riferimento al concetto di "genere" presentato nel primo capitolo.

La costruzione del genere inizia alla nascita quando, con la determinazione degli organi genitali, si inserisce il neonato in una categoria sessuale.

Lla famiglia inizialmente si prende il compito di trasmettere le regole dell’ identità sessuale: fin dall'inizio della vita del neonato, i genitori decidono i vestiti e gli “addobbi” per rendere chiare le categorie a cui il piccolo appartiene; in seguito è sempre la famiglia che stabilisce i ruoli dell’ uomo e quelli della donna e lo trasmette per tutto il periodo infantile, puberale e adolescenziale, con la differenza dei colori tra uomo e donna (celeste per lui erosa per lei), di vestiti (pantaloni per lui e gonne per lei), di giocattoli (automobiline per lui e bambole per lei).

 

Successivamente, a fianco della famiglia si aggiungono la scuola e le istituzioni, che aumentano il distacco tra i due sessi ampliando quelli che sono i ruoli della donna e i ruoli dell’ uomo. Questo ci porta a comprendere come la categoria sessuale diventa un vero e proprio status.

Le concezioni, le idee relative ai ruoli delle donne e degli uomini, possono deformare le percezioni e rafforzare delle concezioni stabilite con le ideologie nel corso dei secoli; ma soprattutto possono creare delle aspettative: cioè aspettarsi che una persona nata con un organo genitale femminile svolga il suo ruolo di donna fino al termine della sua vita, idem per l’uomo.

 

Il transessuale è proprio in questo che trova problemi e vive delle difficoltà, prima di tutto in famiglia e poi con il resto della società; perché ci si aspettano dei comportamenti e dei ruoli che egli rifiuta e disprezza, che sono cause di disagio e sofferenze, preferendo assumere atteggiamenti e svolgere attività del sesso opposto.

 

Tutta la società da per scontato il fatto che il genere venga stabilito dalla biologia; le differenze esistenti tra l’ uomo e la donna sono per tutti così scontate che siamo convinti nell’affermare che i compiti della società nel differenziare il genere sono inesistenti. Invece non è esattamente così!

In realtà donne e uomini sono simili nell’ aspetto, ciò significa che ci sono numerevoli somiglianze rispetto alle differenze e che senza l’ utilizzo di vestiari, pettinature, accessori che le società hanno creato per evidenziare la differenziazione sessuale, Adamo ed Eva si assomiglierebbero moltissimo!

 

Ad aumentare ancora il distacco tra maschio e femmina e quindi far prevalere lo stereotipo, sono chiamati in causa oltre la famiglia, la scuola e i coetanei, anche i mass media che con la messa in onda di programmi radiofonici, televisivi propongono pubblicità, spettacoli, articoli, cartoni animati, film che rafforzano lo status dell’ identità di genere;insegnano ai bambini ad assumere dei ruoli in base al genere.

Così l’intera vita quotidiana è caratterizzata dalle differenze di genere e il conseguente rafforzamento dello stereotipo sessuale non fa altro che far notare come non è solo la biologia a differenziare i sessi, ma anche la società che stabilisce come maschi e femmine dovrebbero agire.

 

Accanto ai mass media ci sono anche le ideologie religiose, che affronterò meglio nel prossimo capitolo, che rappresentano un modo di legittimare lo stereotipo di uomo e donna, non tenendo conto dell’evoluzione socialee culturale di oggi, nonchè delle nuove realtà che dimostrano l’esistenza di nuovi vissuti di genere e d’identità.

Il grande paradosso difficile da comprendere, è che la forte differenza di genere (attuata con le relazioni con la famiglia, con le istituzioni, con gli ambiti lavorativi e con l’ intera società), insieme alle forme di controllo sociale, provoca nell’ individuo che sente di appartenere al sesso opposto, quel bisogno esasperato di “andare”, con l’ operazione di riattribuzione del sesso, a far parte della categoria sessuale che sente come propria, per cercare di sentirsi in regola con lo stereotipo della donna e dell’uomo.

Questo induce a pensare che senza le categorie di genere, o meglio, se non ci fossero le forti differenze tra i generi che le ideologie e le società hanno legittimato, la transessualità potrebbe non essere considerata come contronorma o come immorale.

 

Con il ruolo, invece, degli “agenti” portatori di stereotipi si rallenta e si arresta quel processo che vuole tendere al cambiamento e alla ridefinizione delle categorie culturali, sociali, ideologiche, con cui osservare e comprendere l’esistenza di diversi modi di vivere il proprio genere.

Lo stereotipo non da la possibilità di vedere la transessualità come una forma d’identità.

Nel momento in cui continuiamo a considerarlo un diverso, uno che non ha niente a che vedere con il resto di noi perché ha degli attributi che a noi non piacciono e che non riusciamo ad accettare, allora cominciamo ad affermare che la diversità è depravazione, perico, malattia: insomma inizia un processo di screditamento e di attribuzioe di stigma.

 

Naturalmente non si afferma che una società debba eliminare le differenze di genere, solo che esiste la possibilità di interferenza dei generi e che poichè nei gruppi maggioritari non vi è l'esigenza di interferenza di genere, il vissuto della maggioranza viene preso come regola rigida, e gli individui che si portano dietro queste difficoltà, diventano indegni di restare nella cerchia dei cittadini.

 

Personalmente mi verrebbe di rispondere ironicamente e con sarcasmo a coloro che credono di essere tra i bravi: “in che mondo vivremmo senza delle differenze fra gli individui?”

 

 

LE CONSEGUENZE DELLO STEROTIPO: LO STIGMA

Secondo la sociologia, la psicologia sociale e le scuole struttural-funzionaliste ispirate all’ interazionismo simbolico, lo studio della devianza ci porta a comprendere i motivi della società quando crea dei processi per la costruzione del consenso generale della massa sociale; la società è colei che decide innanzitutto in quali “categorie” rientrono gli individui e quali comportamenti devono essere considerati “a norma” oppure no; è sempre lei che decide chi è dentro una società e chi deve vivere “al di fuori”, sottomesso per di più a uno stigma.

 

Molti studiosi si sono occupati di questo argomento, anche se chi ha ampiato il concetto di stigma è Erwing Goffman nel suo: “Stigma, l’ identita negata” (1963).

Prima di analizzare Goffman, credo sia utile chiedersi cos’ è uno stigma.

Il vocabolario della lingua italiana, al lemma stigma afferma: “marchio che un tempo si imprimeva sulla fronte dei delinquenti o degli schiavi; segno caratteristico quasi sempre dispregiativo; censura; sdegno”.

Oggi lo stigma è quel segno che tende a dispregiare un individuo o una categoria, etc.

 

Goffman comincia la sua riflessione osservando che i Greci si servirono della parola stigma nel designare dei segni fisici associati a degli aspetti insoliti degli individui.

Questo significato di stigma dei Greci, evolvendosi, modificandosi nel corso dei tempi e a seconda delle società di cui ha fatto parte, è arrivato ad essere “ammesso” ai giorni nostri e, come sostiene Goffman, quando ci troviamo davanti a qualcuno che consideriamo diverso, dopo averlo inserito necessariamente in una categoria sociale (come si è già affermato), tendiamo a creare la sua “identità sociale”[30].

Ma non finisce qui perché su questo “diverso” ci costruiremo dei pregiudizi.

Così, continua Goffmann, non facciamo altro che dare alla gente che abbiamo deciso di stigmatizzare delle “identità sociali virtuali” contenenti i pregiudizi; allorchè la persona di cui ne fa parte, quindi l’estraneo lontano dalla nostra società e cultura (aggiungerà successivamente Barman), potrebbe essere visto come un pericolo e/o come un criminale, oppure un destabilizzatore dell’ordine pubblico[31].

 

Aggiungiamo a questo quelle che sono vere e proprie “scuse”, che inseriamo sotto il nome di ideologie, e si ha la possibilità di giustificare i comportamenti discriminatori contro i diversi, magari indicando che ci sono dei pericoli che la persona stigmatizzata potrebbe portarci; anche se poi alla fine risultano pericoli o minimi o totalmente inesistenti.

 

Lo stigma produce discriminazioni attraverso degli strumenti che possono essere consci e/o inconsci.

Ora, ci chiediamo “ma quali sono le persone maggiormente stigmatizzate?”

In questo gioca molto il grado di visibilità dello stigma che qualcuno possiede; per una migliore comprensione si può utilizzare l’elencazione dei diversi tipi di stigma secondo Goffman:

Credo che l’ oggetto di studio di questa tesi, la transessualità, possa inserirsi all’ interno delle deformazioni fisiche, non perché presenti anomalie, handicap o menomazioni; ma solo e semplicemente perché il transessuale ha una elevata visibilità rispetto per esempio all’ omosessuale o a un sieropositivo.

 

Il suo fisico, pur dopo l’ operazione di riconversione del sesso raramente raggiunge una completa mimesi del corpo di una donna o di un uomo; questo significa che il transessuale possiede caratteristiche, che non lo rendono simile (a dispetto di quanto la chirurgia possa fare) agli altri o altre.

Se Goffmann nei suoi studi si fosse occupato del transessuale, lo avrebbe inserito nella categoria “screditati” e non negli “screditabili[32], avendo questi ultimi caratteristiche e attributi che non attirano immediatamente l’ attenzione del resto della società; per esempio un omosessuale, che generalmente mantiene intatto il suo aspetto di uomo e di donna, sarà giudicato solo dopo il “coming out”.

 

Goffman si sofferma inoltre sulle carriere morali degli stigmatizzati: "una carriera morale simile che è insieme causa ed effetto dell’impegno a sviluppare in modo analogo tutte le fasi dell’adattamento allo stigma".[33]Le carriere sono costituite da due fasi principali:

Le due fasi della carriera possono essere segnate da cambiamenti a seconda del tipo di interazione si ha con il resto della società. Questo porta a pensare che il “se” è una costruzione sociale che nasce dai rapporti con gli altri.

Il tempo e il ritmo che queste carriere morali assumono, non sono uguali fra le varie persone; infatti molto, se non tutto, dipende dal momento in cui si apprende di avere uno stigma e il momento in cui anche gli altri lo notano.

 

Ne caso del’esempio del transessuale, la prima fase della carriera morale potrebbe realizzarsi nel periodo adolescenziale; la seconda fase si realizza dalla fine dell’adolescenza fino all’età adulta, quando “il difetto” è visibile agli altri, cioè quando il trans comincia ad abbigliarsi con abiti del sesso opposto, oppure quando inizia la terapia ormonale.

Non credo sia possibile l’inizio della carriera morale transessuale già nell’infanzia perché non c’è una chiara comprensione del fenomeno a quell’età. Ciò che accade è che già all’età di 7/8 anni, i bambini o le bambine, sentono che qualcosa non va nel loro essere maschio o femmina, ma tranne rare eccezioni, non sanno coscientemente di essere “futuri transessuali”; a differenza invece, come dice Goffman, di un bambino orfano che già all’ età di 7/8 anni o prima, interiorizza il fatto che gli altri bambini hanno due genitori che li accudiscono, imparando questo nel momento in cui lui non li possiede.

 

In tutto ciò, nella carriera dello stigmatizzato, che sia l’omosessuale, il transessuale o chiunque sia “anormale”, risulta importante il legame, il sostegno e l’aiuto che hanno da chi è nelle stesse condizioni, perché permette di non essere in continua sofferenze per il proprio stigma; ecco dunque l’ importanza delle associazioni, movimenti, dei luoghi che hanno l’obiettivo di eliminare il carattere dispregiativo ed emarginante prodotto dallo stigma.

 

IL LINGUAGGIO NELLO STIGMA

Nell’affrontare lo stigma è indispensabile soffermarsi sul mezzo con cui esso viene attuato: il linguaggio, la facoltà di esprimere il pensiero attraverso le parole.

Lo studio del linguaggi e dei discorsi rientra in una certa interdisciplinarità, infatti attinge nozioni dalla sociologia, la psicologia sociale, l’ antropologia, la semiotica, la psicologia delle comunicazioni di massa.

Il termine discorso indica “quelle forme di interazione scritta o parlata, formale o informale e tutti i tipi di testi”[35].

 

L’ analisi del discorso ha 2 punti importanti:

Attraverso i discorsi che ogni giorno mettiamo in atto e che recepiamo (giornali, libri, pubblicità, film, telegiornali etc..), scopriamo quali sono gli stereotipi di una società e gli stigmi conseguenti.

Infatti i linguaggi svolgono dei “compiti” in maniera indiretta: quale quello di passaggio degli stereotipi nel corso del tempo; il compito di organizzare le conoscenze degli individui, il compito di esprimere le identità sociali dei gruppi[36].

 

Secondo Pietrantoni, che si è occupato dello studio dei generi sessuali, le scelte di tipo linguistico, usate quando si fa riferimento ad una categoria sociale, hanno un impatto forte sulla categoria in questione.

Chi fa uso dello stigma, trova diverse opzioni linguistiche, cioè mette in campo diverse etichette per riferirsi ad una categoria; così capita che se le etichette sono fortemente negative si valuterà non certo in maniera positiva il soggetto.

L’esempio in questione è dire “gay” oppure “finocchio”, che non è la stessa cosa; oppure dire “trans” o “prostituta”; non è uguale, infatti ciò che cambia è la valutazione differente che le due parole hanno: se si dice: “quelloè un gay o “quella è un trans”, si fa osservazione diversa dal dire: ”quello è un finocchio” o “quella è una prostituta”.

A seconda delle scelte delle etichette che attribuiamo, si hanno delle conseguenze nella percezione sociale; l’ uso di questi stigmi, secondo Arcuri “ha dei risvolti importanti e indiretti per il tipo di conoscenze e immagini stereotipate che l’ etichetta è in grado di attivare”.[37]

Inoltre nell’ interazione con gli altri, i nomi e le etichette negative (quelle che potrebbero anche essere offese vere e proprie), vengono usate non solo per parlaredi un individuo, ma anche per disprezzare dei comportamenti inaccettati per un gruppo di persone.

 

In base all’uso dello stereotipo e dello stigma, le persone etichettate sono caratterizzate, secondo Pietrantoni, da atteggiamenti di isolamento sociale: cioè si sentono soli, deboli, insicuri; oppure presentano tratti di personalità che cadono nella devianza.

Lle persone transessuali, ma anche omosessuali, vivono - o possono vivere - momenti di angoscia, depressione, disagio, di voglia di vendicarsi.

Questi atteggiamenti emergono sia dalla presa di coscienza del proprio stato di identità sia dal desiderio di combattere il contesto sociale sentito, a causa dello stigma stampato, come inaccogliente e poco sicuro per esprimere la propria personalità.

 

L’ utilizzo dell’ etichetta da parte della cultura dominante (compresi i mass-media) produce facilmente una sorta di favoritismo verso il gruppo di appartenenza, infatti può accadere che quando si da notizia di qualcosa o di qualcuno, tendiamo a farlo positivamente se l’ avvenimento riguarda il nostro gruppo, quello dei “normali”; mentre se l’avvenimento riguarda il gruppo che non sentiamo come nostro, siamo capaci di parlarne oltre che negativamente, anche con ironia, con pietà, e magari inventando altre etichette e pregiudizi sul gruppo da noi emarginato.

 

LO STIGMA DEL TRANSESSUALE

Visto che il linguaggio è il mezzo con cui stampare degli stigmi, sembrerebbe chiaro che per etichettare un transessuale, la sola parola dispregiativa, la sola etichetta dovrebbe bastare.

 

E invece non è così, in quanto queste persone, che già vivono una realtà interiore complessa, oltre ad essere etichettate come delle vere e proprie prostitute, sono anche oggetto di razzismo da parte di alcuni membri della società, atti razzisti accomunati sotto il nome di “omofobia”.

Ma prima di parlare di omofobia, vorrei soffermarmi sulle diverse etichette sulla transessualità. Carla Turolla, una neo-donna, nel suo racconto mi ha fatto capire di aver vissuto e vive ancora oggi “la guerra contro lo stigma”.

Nonostante abbia un lavoro normalissimo e ben avviato, afferma che ci sono delle etichette di base sul transessuale e sono:

In effetti molta gente parla dei trans ruotando su queste 3 etichette, perché in realtà non conosce l’oggetto in questione.

 

Personalmente ho formulato delle piccole domande sulla transessualità a diversi conoscenti di provincia e di città, con diversi livelli culturali e compresi fra i 18 anni fino ai 50 di età; i risultati delle interviste si possono catalogare in tre gruppi:

  1. gli adulti (circa il 10% degli intervstati con età compresa fra i 45 e i 60 anni) che non sa assolutamente cosa sia la transessualità.

  2. i giovani adulti ignoranti (circa il 50% degli intervistati con età compresa fra i 18 e i 40 anni) che non sa cos'è o credere di saperlo.

  3. i giovani adulti acculturati (circa il 40% degli intervistati con età compresa fra i 20 e i 40 anni) che mostrano di conosce il significato del termine "transessuale".

Solo poche persone di provincia si sono rifiutate di rispondere (o cambiavano il discorso) perché sostenevano di vergognarsi.

 

Gli individui del primo gruppo (gli adulti), alla domanda “cosa sai e cosa pensi del transessualismo?” hanno risposto di non conoscere il problema o con affermazioni a volte ridicole; la risposta di un agricoltore pensionato di provincia è stata: "non so cos’è quindi non so che dire"; risposte sterotipali: un operaio tessile: "uno a cui piace il sesso, fanno schifo"; un disoccupato e un commerciante di città: "sono i gay travestiti".

 

Nel secondo gruppo (i giovani adulti ignoranti), alla stessa domanda le risposte sono state: da un liceale di città: "sono i travestiti e fanno ridere"; poi da una casalinga di provincia: "sono quelli come Platinette, degli uomini che vogliono essere delle donne"; ancora da un geometra di città: "sono le prostitute uomo, io non voglio giudicarli ma mi fanno ribrezzo"; da un operaio edile di città: "sono gli uomini che si tolgono il pene per mettersi la vagina!"; da una studentessa di provincia: "sono dei pazzi perché io non mi opererei mai l’organo genitale"; e da un neo-diplomato di provincia: "sono delle donne-uomo, cioè hanno due sessi".

Il terzo gruppo ha simile fascia di età ma cambiano, seppur di poco, i livelli culturali. Le risposte sono state: da uno studente universitario di provincia: "i trans sono quelle persone che vogliono poter cambiare gli organi genitali... e a me non me ne importa proprio niente"; da un laureato di città: "conosco un transessuale che vive vicino casa mia però non mi da fastidio, l’importante che si sta al posto suo"; da un architetto di provincia: "sono quelle persone che non vogliono vivere con il sesso che hanno, però non possono pretendere tanto da noi"; da un insegnante di scuole medie di provincia:"sono uomini che vogliono essere donne e donne che vogliono essere uomini, poi se possono, si operano i genitali, sapevo che c’era una legge anche per loro, ma non so altro, anche se per me già è assai che hanno la legge!".

 

Purtroppo, per mancanza di tempo materiale, i questionari sono stati soministrati a conoscenti che conoscevano lo scopo del lavoro: perciò ci potrebbe essere stati tentativi dicaptatio benevolentiae, di fare cioè buona impressione, e per questo non saprei fino a che punto dare per certe le loro opinioni.

 

Risulta comunque evidente come lo stigma emerge identico da tutti i gruppi; le frasi: "basta che stia lontano da me" o "è gia assai che hanno una legge" e ancora "non possono pretendere tanto da noi" sono stigmi pesanti che anche la gente più colta ha nei confronti dei trans.

 

Secondo Nangeroni, la società reagisce alla trasgressione di genere scoraggiando e punendo gli individui con delle etichette e anche con delle violenze; omosessuali usciti allo scoperto, e molto di più i transessuali, rischiano, per colpa dello stigma che si portano dietro, di non compiere facilmente delle azioni all’interno della società che per i “normali” sono semplici: per esempio risulterà difficile per le trans anche avere una casa in fitto.

 

In associazione allo stigma non si può dimenticare che ci sono anche atteggiamenti di violenza e di aggressione, insomma di razzismo, che vanno con il nome di omofobia.

Questo concetto è stato introdotto da Weinberg agli inizi degli anni 70 ed indica tutti quegli atteggiamenti violenti, di gente che si crede di essere “normale”, reazioni di aggressione alla paura/fobia del diverso, del disagio, della rabbia nei confronti della vita omosessuale.[38]

Successivamente questo termine ha accolto le aggressioni volte anche alle lesbiche, ai bisessuali, ai transessuali. Nei tempi odierni l’omofobia è presente e tende anche da avere una certa legittimità attraverso condanne morali, ostilità e pratiche discriminatorie.

 

L’ omosessualità è socialmente più accettata e quindi sembrano di meno le aggressioni che essa riceve, ma non di certo questi atti di violenza sono terminati; infatti proprio 2-3 mesi fa, a Napoli ci sono state aggressioni fisiche gravi di un gruppo di ragazzi contro un omosessuale; bisogna dire che anche se questo avviene maggiormente al sud, non significa certo che il nord non abbia tali problemi, anzi!

 

La transessualità ancora di più è sottoposta a violenza fisica e psichica, e chi ha la peggio sono quelle trans che si prostituiscono per guadagnare da vivere, sono più a rischio delle altre per le aggressioni dei loro clienti o per le violenze di gruppo che molte di loro subiscono.

Resta il fatto comunque, che si ha una cattiva informazione sul mondo transessuale, in cui invece di cogliere la vera problematica si fa vedere il lato folklorico/caricaturale e delinquenziale.

 

Tutto questo non fa altro che rendere forte un “trinomio” sulla transessualità che nel corso del tempo è venuto allo scoperto:

TRANSESSUALISMO = PROSTITUZIONE = DELINQUENZA.

Per tale motivo tanti trans e tante trans, vivono nel rifiuto e nell’intolleranza di una massa che con le sue norme morali, costringe i suoi individui a vivere rispettando chi segue le norme ed emarginando chi ne è al di fuori.

 

(su)

 


CAPITOLO 3 - DALLO STIGMA ALLA DEVIANZA

 

LE CONSEGUENZE DELL’ ETICHETTEMENTO.

La stigmatizzazione è un procedimento che segna e marchia delle persone come immorali, contronorma etc, e lo fa attraverso l’uso di notizie diffuse pubblicamente.

Ciò significa che un comportamento anomalo e deviante di un individuo suscita una “reazione sociale”, che secondo Lemert ha un aspetto “paradossale” in quanto sembra che la società tende a punire e nello stesso tempo, ad appoggiare azioni e categorie di persone classificate come immorali e irresponsabili etc.[39]

Questa tendenza della società è stata riconosciuta anche da Durkheim e Marx: essi infatti, vedono la devianza come un mezzo per la promozione della solidarietà di gruppo e mezzo per differenziare la moralità dalla immoralità, cercando di mantenere certi meccanismi di difesa della società.[40]

 

Prima di parlare della devianza e delle teorie che se ne occupano, bisogna soffermarsi anche su quella che è la “reazione dello stigmatizzato”.

Quasi mai le reazioni della persona in questione sono di “sorpresa e stupore” di fronte ad uno stigma. Prima di tutto l’individuo è consapevole che con il suo atteggiamento viola una “specie” di norma stabilita dal resto dei suoi simili (almeno che non faccia parte di contesti sociali diversi, es. l’emigrato) e poi perché recepisce l’atteggiamento ostile della reazione sociale.

Ma sempre Lemert, ha affermato che una frequante reazione suscitata all’esito dello stigma è “il senso di ingiustizia[41]: la persona stigmatizzata, che sia colpevole o innocente, avvertirà sempre che la società è “crudele” e l’effetto di questa emozione lo porterà ad allontanarsi dal resto della comunità, facendolo sentire vicino a chi si comporta come lui.

Si tratta di reazioni basileri dell'individuo, e quindi non mancano esempi di categorie che vivono tale senso di ingiustizia: gli handicappati, gli alcolisti, i tossicodipendenti, i transessuali, gli omosessuali etc. Le reazioni di uno stigma, sicuramente possono essere differenti,ma si caratterizzano generalmente per l’adattarsi alla situazione di esclusione e l’identificarsi con lo stigma!

 

Certamente nel gruppo in cui si condivide lo stigma i soggetti compiono dei percorsi di vita differenti da chi invece continua ad essere inserito nel contesto che lo giudica negativamente (scuola, gruppo dei pari etc.); può anche dare il via al processo di socializzazione che permetterà al transessuale o chiunque, di sviluppare strategie di adattamento alla propria situazione e placare così, quel senso di disagio interiore.

Tra questi c’è anche la probabilità di inizio di una devianza.

La devianza è vista in questo caso (anche nel fenomeno transessuale) l’effetto di un processo di attribuzione di etichette che conduce all’identificarsi in un ruolo: quello dell’omosessuale, del tossicodipendente, del transessuale etc.; da qui si può benissimo dedurre che deviante non è quello non rispetta una norma ma chi si trova all’ interno di norme che STIGMATIZZANO UNA TRASGRESSSIONE O UNA DIVERSITA’.

Si deve rilevare che si è descritta in sintesi una fra le teorie che analizzano la devianza; non tutti gli orientamenti della sociologia, criminologia e psicologia sociale hanno studiato la devianza in tale ottica.

 

Con l’obiettivo di rendere chiaro il concetto di devianza, è doveroso fare una separazione tra le nozioni criminologiche e quelle della sociologia della devianza che a primo vista appaiono simili; infatti la criminologia si occupa degli atti commessi contro la legge, mentre la sociologia ha come interesse l’ atto che non rientra nei comportamenti socialmente accettati; con la conseguenza che: si potrebbe essere devianti senza essere criminali! E non solo, la società prevede delle sanzioni sulla base di convenzioni sociali. La sociologia di stampo positivista, afferma che l’atto deviante non èaltro che il rifiuto della norma, per cui sono da trovare le cause che spiegano il perchè non si sceglie di seguire il comportamento che la norma prevede.

 

La sociologia marxista vede il comportamento non conforme legato a dei ruoli definiti dall’appartenenza delle classi sociali e dal processo di produzione; processo generatore della devianza.

Nell’ambito della scuola di Chicago, intorno agli anni 40’ nasce: “l’interazionismo simbolico” grazie principalmente a Mead, James, Cooley, Dewey. L’interazionismo, una corrente filosofica, sociologica e psicologica, si basa su delle premesse fondamentali[42]:

In questo, la devianza viene definita come il risultato delle percezioni sociali; questo significa che ci possono essere comportamenti ritenuti accettati da alcuni gruppi e non accettati da altri (ad esempio il gruppo di trans rapportato con il gruppo sociale).

La scuola di Chicago prosegue i suoi studi dando il via a diverse teorie, continuando a considerare come punto fondamentale: “la persona e l’interazione che vive con gli altri”. È da questo filone di idee che nascono le teorie sull’etichettamento e sul controllo sociale.

E’ a metà degli anni 70’ infatti che negli Stati Uniti nasce un orientamento teorico che si occupa degli atti devianti e che tiene conto comunque dell’interazionismo simbolico e della fenomenologia. Tale prospettiva prende il nome di “LABELLING THEORY” una delle più importanti nozioni della sociologa e psicologia, che riteniamo utile anche per lo studio sulla transessualità.

 

La labelling theory nasce ad opera di studiosi quali Becker, Erikson, Lemert, Scheff, Goffmann, Matza. Tra questi Lemert, Goffmann, Becker sono più sensibili all’analisi della non conformità; in “quelle aree di interazione in cui risulta importante il ruolo normativo del comportamento e della stigmatizzazione”.[44]

La teoria, che in italiano prende il nome di “teoria dell’etichettamento”, sostiene che il comportamento deviante non è condotta contraria alle norme, quanto una condotta percepita da altri come contraria alla norma; dunque la devianza è l’effetto delle regole e delle sanzioni, da parte di “etichettatori” a danno di “trasgressori”. E' la società che "inventa" la devianza, nel senso che decide che cosa è o non è e contrario alla norma, e ne definisce le leggi, la cui infrazione comporta l’attribuzione di “anormalità”.

Una volta etichettato, il soggetto prende il nome di deviante, o come dice Becker: “outsider”. L'outsider è colui a cui viene applicata un’ etichetta e non una qualità di atto compiuto.

 

La devianza, resa oggettiva dai processi di etichettamento operati dalla massa e dalle istituzioni, conduce la persona stigmatizzata a fare della sua diversità un ruolo stabile, ciò significa che tale diversità diventa un momento importante che può tradursi ancora in devianza.

Questo ci induce a pensare che l’individuo viene etichettato attraverso un processo di significazione e definizione; ogni volta che il gruppo afferma che un atto è deviante si rafforza l’autorità della norma violata.

Per la società contemporanea il transessuale viola la norma sociale (in quanto non è giuridica) che sancisce il rispetto del ruolo del proprio genere sessuale.

Si evidenzia che lo stigmatizzato non è colui che viene per definizione sempre sottomesso alla società; può accadere, soprattutto nella nostra società caratterizzata da complessità, pluralismo e da cambiamenti, che il deviante organizza (in se) modi per reagire e rispondere allo stigma.

Può accadere che la persona etichettata si identifichi con l’immagine del deviante respingendo le persone, le istituzioni o i gruppi che lo hanno emarginato e gli hanno dato l’etichetta (giusta o sbagliata) di outsider, ma questo identificarsi non è un passaggio obbligatorio.

 

DEVIANZA PRIMARIA E DEVIANZA SECONDARIA.

Se Lemert e Goffman si fossero occupati di transessualismo, lo avrebbero sicuramente trattato come “problema sociale” che generalmente sfocia in devianza.

Infatti intorno al 1940, nella categoria di problema sociale, rientravano: i crimini, la delinquenza, la tossicodipendenza, l’ handicap, la prostituzione; la transessualità avrebbe allargato tale categoria. In più, questi termini venivano osservati e studiati perché avevano quella caratteristica di “amoralità” che cadeva poi in devianza.

 

Lemert definiva, insieme ad altri suoi colleghi, la devianza come quel “complesso delle violazioni delle norme, ovvero gli scarti rispetto alle aspettative sociali[45] e osservava anche delle distinzioni di criteri con i quali analizzare il “non seguire le norme”.

 

Inizialmente alcuni sociologi, furono d’accordo con Mead nel pensare che l’origine di una deviazione avviene con l’anomia: cioè il raggiungimento di certe “mete culturali” attraverso mezzi che possono essere leciti (conformità alle norme) o illeciti (innovazione, ritualismo, rinuncia, ribellione).

Per mete culturali, si intende il raggiungimento di obiettivi che danno un senso alla nostra vita (oggi per la gente comune queste mete sono principalmente il successo personale o la ricchezza)[46]. Lemert non è molto accondiscente con la teoria dell’uso dei mezzi leciti e illeciti, in quanto secondo lui, non si riuscirebbe a sviluppare una teoria efficace sulla devianza di gruppo, se non in termini di reazione. I sociologi dell’ovest invece, hanno messo in atto concetti (quali stigma o reazione sociale) che sono riusciti a mostrare come le istituzioni, svolgendo ruoli educativi e assistenziali, svolgono anche ruoli di definizione di devianza.

 

Un’idea classica di Lemert è devianza primaria e secondaria.

  1. La devianza primaria, si riferisce all’individuo e il suo comportamento non conforme, anche se è sgradito, non viene censurato e non incappa in un processo di stigmatizzazione, perché fatto momentaneo.

    Questo comportamento verrà accettato dalla società, se non sarà ripetuto ne dal diretto interessato, ne da altri. Presentandosi all’interno di diversi contesti sociali e culturali, la devianza primaria ha delle implicazioni minime per la struttura psichica della persona e non porta alla riorganizzazione dello status sociale e degli atteggiamenti nei riguardi degli altri.

  2. Accade che la “normalizzazione” fa in modo che lo scostamento dalla norma avvenga come una semplice variazione di comportamento oppure come un normale problema che può capitare tutti i giorni [47].

  3. La devianza secondaria invece vede una stabilizzazione del comportamento deviante; comportamento che ripetuto spesso, diventa una vera abitudine che contagia anche altri ruoli che non legati con l’atto deviante.

  4. Sono importanti in questo stadio, l’assegnazione da parte della reazione sociale, di stereotipi, stigmi di delinquenza, di malattia; oppure l’ essere inseriti ”in un processo di disapprovazione, d’internamento…, ma anche di divenire oggetto di cure, di attenzioni pietistiche, di esortazioni morali”[48]

Nella devianza secondaria, il comportamento deviante diviene un mezzo di difesa o di adattamento ai problemi creati proprio dallo stigma di malato o delinquente; capita allora, che i motivi che hanno portato a non seguire una norma o uno stereotipo, perdono di importanza, mentre diventano di grande importanza le reazioni di disapprovazione, di emarginazione, di isolamento dal resto della società.

Il deviante secondario è colui che deve organizzare la sua vita e la sua identità intorno ai concetti di devianza.

 

Goffman si lega a Lemert sostenendo che la maggior parte di noi ha delle caratteristiche fisiche o delle esperienze passate di comportamento deviante, che cerca di dimenticare sviluppando della tecniche di accettazione e di trasformazione; per questo motivo la devianza secondaria sarebbe il grado più alto degli adattamenti morali, dove ricorrono quegli individui che si identificano “normali” e quelli portatrici di stigma[49].

 

L’analisi della devianza primaria e secondaria secondo Goffmann, aiuta a cogliere il senso dello stigma del transessuale. Egli vive perennemente la situazione di deviante secondario, il fatto che ha ricevuto un’etichetta di “persona pervertita”, di “malata di sesso”, di “prostituta” dalla reazione sociale, o il fatto che per la gente comune il trans continua a comportarsi non in norma (per esempio abbigliarsi con abiti del sesso opposto), porta questa persona ad acquisire il ruolo definitivo di devianza.

A ciò si aggiunga che, benchè la prostituzione transessuale, dato lo stigma che condiziona tutti i contesti sociali, sia spesso condizione obbligata per la sopravvivenza economica, si pensa invece che la prostituzione sia una meta da raggiungere.

Per molta gente il travestimento da uomo a donna ha solo scopo sessuale, e in tal modo si reinserisce il trinomio: TRANSESSUALITà-PROSTITUZIONE-DELINQUENZA

 

Come già detto, è importante che l’individuo etichettato non sia visto sempre sotto il “dominio” della reazione sociale. Molto dipende anche dal comportamento che questo individuo mette in atto e dunque “l’assunzione dei rischi”. Tranne che per gli handicappati fisici, il concetto di assunzione dei rischisi riferisce a delle situazioni e contesti in cui gli individui, vivendo un disagio interiore, o avendo dei valori in conflitto, non scelgono direttamente la via della devianza, ma si intraprendono delle soluzioni che (senza volerlo direttamente) possono generare in comportamenti devianti/delinquenziali. “Molte volte gli individui scelgono di intraprendere comportamenti che con il cambiare di situazioni possono divenire devianti.”[50]

La devianza risulterebbe in questo caso un finale possibile e non una certezza, tutto dipendendo dagli eventuali fattori esterni che si inseriranno nella situazione.

Con questo si afferma che il transessuale è consapevole che la scelta del travestimento è a rischio di etichettamenti della società; così come lo è la scelta di prostituirsi.

Infatti come vedremo più avanti, la prostituzione è quasi un paradosso, perché da una parte, viene visto come l’unico modo per guadagnare economicamente, ma dall’altra parte devono assumersi le responsabilità delle loro etichette, nel momento in cui scelgono quella strada (forse una delle più semplici).

Personalmente credo che la gente sbagli nel momento in cui “fa di tutta l’erba un fascio”, nel non saper distinguere le differenze personali che ci sono tra gli individui che condividono lo stesso stigma, forse lo si riesce a fare solo se queste persone sono a noi vicine, altrimenti tendiamo sempre ad inserirli tutti sotto un’etichetta, perché così ci è tutto più facile!

 

 

ILTRANSESSUALISMO: LE DIFFICOLTA’ DOPO LO STIGMA.

Come tutti quelli che sono sottomessi a stigma, anche il transessuale vive difficoltà che condizionano tutto il contesto di vita: da quello famigliare a quello lavorativo e istituzionale.

Bisogna fare una distinzione tra gli individui che riescono ad interiorizzare bene lo stigma e quindi imparano a conviverci, con quelli che proprio non riescono ad accettarlo, lo vivono in maniera negativa e lo soffronop duramente.

Le persono con questo forte disagio interiore sono forse più portati a compiere degli atti lesionistici gravi su loro stessi genitali (ivi é il motivo dei loro disagi), oppure a prostituirsi come modo per guadagnare o per sentirsi più desiderati e apprezzati; o ancora a ricorrere ad abuso da sostanze o, molto più grave, a ricorrere al suicidio come maniera per mettere fine a tutti i loro disagi e le loro sofferenze.

 

Per poter capire i motivi che a volte spingono verso questi comportamenti ed atti anche estremi, vanno analizzati i diversi contesti in cui ogni persona è inserita fin dalla nascita.

 

IL CONTESTO FAMIGLIARE

Come la maggior parte dei grandi disagi, anche il disagio della persona che sente di appartenere al sesso opposto, nasce in famiglia,; quest’ultima generalmente non comprende a pieno la problematica, anche se poi è l’unica ad essere vicina affettivamente al transessuale.

I genitori dovrebbero essere i primi a conoscere la problematica transessuale; dovrebbero accorgersi che già da piccoli, i figli hanno qualcosa che turba i loro animi; ma come la maggior parte dei genitori, si tende a nascondere il problema o sminuirlo.

Poichè la famiglia è da sempre la prima struttura sociale che che fa pressione sulla conformità di ruolo, si deve parlare di non accettazione, piuttosto che non comprensione, soprattutto se la famiglia ha educato i figli secondo i valori cattolici o tradizionali oppure risente dell’influsso delle ideologie cristiane.

A differenza di quanto avviene per la condizione omosessuale, nella transessualità e specie nel momento in cui inizia il percorso di cambiamento del sesso, non si può affatto nascondere ai familiari la questione e dunque l’agire nel silenzio o la negazione del problema è una strada impercorribile.

 

Molte volte è capitato, che la paura delle reazioni familiari all’annuncio di percorso di cambiamento, ha condizionato la decisioneo rimandato il cambiamento stesso. In ciò l’ aiuto potrebbe essere dato dagli psicologi che seguono la storia del transessuale, in modo tale che la spiegazione del transessualismo “ costituisca una forma di legittimazione di questa condizione”[51].

Le reazioni sono svariate: da chi tende a negare il problema dei propri figli, a chi si domanda: "cosa penseranno gli altri?". Le reazioni sono imprevedibili e tendenzialmente non hanno relazione con la classe sociale occupata dalla famiglia.

Non bisogna tralasciare il fatto che alcuni transessuali, per non apportare delusioni familiari, o per “curare” il loro male, decidono di sposarsi e mettere su famiglia mantenendo il sesso d’origine. Quello che accade è che dopo diversi anni di matrimonio diversi anni di sofferenze interiori, si confessa il “segreto” alle mogli/mariti, o ai figli.

Si può ben comprendere che le reazioni non sono del tutto positive; per i figli poi, venire a sapere che il genitore ha queste “tendenze” non è facile, in quanto si condiziona anche la loro vita e i loro rapporti sociali; per un bambino o per un adolescente sapere che il padre è diventato o vuole diventare donna o la madre un uomo, è un motivo di grande conflitto.

Se si tratta di un figlio maschio, egli non vedrà più il padre come modello in cui credere e identificarsi; mentre se è femmina le mancherà quel “complemento” utile per avere una buona identità sessuale, cosa che potrebbe influire anche sulla futura scelta del partner.

 

Al di la di ciò, la famiglia di origine soffre molto per la scelta del transessuale, può reagire accettando, ma può anche cacciare di casa. Certo è che sono tanti i casi in cui i genitori hanno scelto di assecondare (non economicamente) il volere dei loro figli, soprattutto le mamme, forse per paura che soffrano ancor di più l’emarginazione e l’esclusione. Anche i conflitti familiari possono diminuire nel momento in cui, dopo il percorso di cambiamento del sesso, si nota che il trans non vive esageratamente l’emarginazione sociale e che comunque ha uno stile di vita che non differisce molto da quello precedente.

 

IL CONTESTO LAVORATIVO

È questo uno dei problemi che il transessuale vive dal giorno in cui si è posta “intenzione” di vivere nel sesso opposto.

Il lavoro è importantissimo: è fonte di risorsa economica, un modo per identificarsi e per il processo di ridefinizione dello status. Avere un lavoro anche piccolo è un bisogno importante per essere indipendenti dalla famiglia (specie quando si è stati sbattuti fuori) e per portare avanti il cambiamento del sesso, poichè la transizione di sesso è economicqamente costosa.

 

Uno dei motivi per cui le persone transessuali hanno difficoltà ad avere un lavoro è riscontrabile nella discrepanza tra aspetto fisico e sesso indicato nei documenti e quindi nei curriculum vitae.

Nel 1997 a Torino si avviò una ricerca su 50 persone che stavano affrontando l’iter di cambiamento del sesso. Ne risultò che:

Fra le 35 che lavoravano, 18 hanno affermato di avere problemi sul lavoro, 4 si sono dimessi/e e 9 licenziati/e.[52]

 

Carla Turolla un ex transessuale (imprenditrice neo-donna) riferisce che nella sua azienda, un call-center, negli ultimi 2 anni hanno lavorato 9 donne transessuali: 8 su 9 erano state prostitute; 4 erano i casi di abbandono scolastico; 1 caso di abbandono familiare.

Quasi tutti i trans e le trans che sono occupati durante il percorso di cambiamento del sesso, comunicano la decisione ai superiori affinché ci vi sia comprensione del problema e si evitano situazioni imbarazzanti e soprattutto comportamenti discriminatori.

Anche se ciò raramente evita discriminazioni da colleghi, azioni di mobbing e persino aggressioni fisiche. Attualmente sono ancora eccezioni i casi in cui, dopo il chiarimento della propria situazione, la transizione viene accettata in azienda.

Anche il cambiamento del nome (oltre il genere) è un passaggio importante per la nuova identità; perciò è molto importante per il trans l’accettazione dei colleghi.

 

Per coloro invece che non sono occupati e stanno attraversando il periodo di transizione, la discrepanza e l’apparenza fisica e il dato anagrafico, fa da ostacolo all’accesso al mondo del lavoro e quindi anche il buon curriculum e una buona efficienza lavorativa sembrano non bastare; è per questo necessario ricorrere a reti di conoscenza o avere delle qualifiche altamente richieste nel mercato lavorative.

 

In assenza di sostegno economico dalla famiglia, la mancanza o marginalità nel lavoro rende la prostituzione spesso come l'unica alternativa di guadagno possibile[53]

 

IL CONTESTO ISTITUZIONALE

Insieme alla famiglia anche la scuola da il via a pressioni sociali, cioè fa pressione affinchè ci si conformi al proprio ruolo di genere.

La scuola necessita di rinnovamento di strumenti e di metodi di insegnamento attorno alla sessualità.

Sarà per imbarazzo, per la privacy, per le reazioni di alunni e genitori e per qualche altro strano motivo, i discorsi sulla sessualità sono rari e inesistenti quelli sull’ omosessualità, bisessualità e transessuatità; per questo lasciamo che bambini e ragazzi crescano nell’ignoranza di queste realtà, favorendo la costruzione di idee sulle diversità in maniera sbagliata, generando dei comportamenti discriminatori volte ai diversi, ma generando anche l’isolamento di coloro che si sentono diversi.

All’interno della scuola sono inseriti anche quelle persone che si sentono diverse e che, per paura delle reazioni, vivono le sofferenze nei loro animi senza esprimerle.

Nelle interviste fatte a gruppi di transessuali, questi hanno raccontato delle storie personali avvenute proprio nel contesto scolastico, con gli insegnati che oltre ad avere discriminazioni, provocano umiliazioni; B. (MTF) racconta:

“…mi ricordo che (l’insegnante) un giorno è venuta a prendermi con la forza e mi ha trascinata dicendo

'tu devi stare con i bambini perché sei un bambino'. E io si, ci dovevo stare per forza, però non mi ci trovavo. E li ho iniziato ad isolarmi.”[54]

 

E’ necessario anche introdurre o ampliare la disciplina dell’educazione sessuale, con nozioni che riguardano tutte le diversità di genere, dall’omosessualità al transessualiasmo,cosicché non si cresca nell’ignoranza di ciò che la realtà distorta ci offre, solo perché abbiamo in mente degli stereotipi che ci impongono delle conoscenze già stabilite.

 

Un’altra istituzione importante è la Chiesa, che da sempre ha adottato comportamenti stigmatizzati nei confronti dei diversi; qui la chiesa viene intesa per “gerarchia ecclesiastica e dottrina ufficiale”[55].

Più che norme discriminatorie, la Chiesa emette giudizi morali sulle persone e sui loro modi di comportarsi e “informa” l’intera società su ciò che bene e su ciò che è giusto nel campo dell’identità: è bene e doveroso rispettare il proprio ruolo di genere e la propria eterosessualità, mentre è considerato “peccato” il contrario: la non eterosessualità.

Sono immorali gli omosessuali e chi non rispetta il ruolo che il sesso gli impone; per la Chiesa immorali sono anche i transessuali.

 

Il gruppo “Crisalide-azione trans” ha fatto circolare i seguenti testi di provenienza ecclesiale:

“TESTI UFFICIALI DEL VATICANO SULLA QUESTINE TRANSESSUALE, DALL’AGENZIA DI STAMPA <ADISTA>” Su questi appare scritto:

Le persone transessuali rientrano nel novero delle patologie meramente psichiche e non possono diventare religiosi, frati, monaci, monache o suore. E se già lo sono devono essere espulse dalle istituzioni religiose alle quali appartengono […]

Pertanto le persone transessuali, riconosciute tali, non sono ammesse agli Ordini clericali, Congregazioni e Ordini monastici, maschili e femminili.”

 

“LETTERA DELLA CONGREGAZIONE PER I RELIGIOSI AI SUPERIORI E ALLE SUPERIORI” datata 15 gennaio 2003 e che riferisce:

Dato il fenomeno del transessualismo nella società odierna, si rende necessaria un’ informazione attinente alle questioni canoniche che tale fenomeno pone nella vita consacrata. A tale scopo la Congregazione per la Dottrina della Fede ha predisposto un Appunto sui risvolti canonici del transessualismo.

I Superiori e le Superiore competenti debbono usare massima prudenza nell’ammettere all’istituto persone che siano affette da transessualismo…quando si ricorre alla Congregazione si deve trasmettere copia dell’intera cartella clinica, i documenti, le indagini psicologiche. Si deve anche trasmettere la sentenza del Tribunale civile relati ve alle persone intersessate, tenendo però presente che sulla condizione sessuale del fedele agli effetti canonici ciò che conta è la trascrizione fatta nei registri parrocchiali, per cui anche in caso di mutamento di sesso per mezzo di un intervento chirurgico e di cambiamento anagrafico nell’ambito civile, nulla cambia rispetto alla condizione canonica iniziale.

 

“APPUNTI SUI RISVOLTI CANONICI DEL TRANSESSUALISMO IN ORDINE ALLA VITA CONSACRATA” in cui si dice:

allo stato attuale non esiste una spiegazione condivisa sul transessualismo, dal momento che diverse ipotesi sono state formulate per spiegarlo…in tutti i casi l’intervento non muta realmente il sesso della persona che non è riducibile né alle sole apparenze corporee, né alla coscienza che se ne ha. Agli effetti canonici, pertanto, nulla muta la condizionano sessuale del fedele in base alla trascrizione ai registri, salvo errori di trascrizione.

Il transessualismo pone problemi di liceità e di validità in materia di Vita Consacrata…E’ opportuno ricordare ai Superiori competenti per l’ammissione al proprio istituto quanto raccomanda il Concilio Ecumenico Vaticano II: poiché l’osservanza della continenza perfetta tocca intimamente le inclinazioni più profonde della natura umana, i candidati alla professione della castità non abbraccino questo stato né vi siano ammessi, se non dopo una prova veramente sufficiente e dopo che sia stata da essi raggiunta la debita maturità psicologica e affettiva.”

 

Secondo questi documenti si vuol intendere la transessualità quasi come una malattia mentale in cui non si riconoscono le precise cause e in più, si avanza l’idea che l’operazione di conversione non cambi nulla a livello di identità.

Non è esattamente così, in quantoproprio l’intervento chirurgico è così ricercato dai trans, perchè permette di entrare a far parte della categoria del sesso opposto, perciò non si parlerà più di trans, ma di neo-donna o neo-uomo. Il Dizionario di teologia morale che risale agli anni '90 ha una posizione negativa verso l’operazione di riconversione del sesso, ritiene che trasformare un corpo sano per uno “neutro” non si risolvono i problemi psicologici, in più non ritengono nemmeno che la sessualità sia riducibile alla “coscienza che si ha di essa” e ne che la psiche deve prendere il sopravvento sulla biologia umana[56].

 

La religione, che rappresenta l’ambito in cui si creano delle ideologie, si impone (come si affermava nel capitolo precedente) come agente di trasmissione di stereotipi di genere; per comprendere meglio ciò, si può prendere come esempio un documento del maggio 2004, del cardinale Ratzinger, ora Papa Benedetto XVI intitolato: “Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica in relazione al tema della collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel modo” che affronta il tema della differenza sessuale e di genere, chiarendo che il maschile e il femminile sono ontologicamente appartenenti alla creazione e quindi destinati a perdurare oltre il tempo presente.[57]

Nel documento si nota un forte senso di tradizionalità delle figure maschili e femminili, valorizzando nella donna la capacità di comunicatività, di coinvolgimento nella vita familiare, relazionale, fermando l’attenzione sulla maternità come “elemento chiave dell’identità femminile”[58]. In questo modo vengono resi perpetui gli stereotipi del passato, delle famiglie patriarcali, che non accettano né di osservare i cambiamenti sociali e culturali che ci sono nei nostri tempi, né tantomeno di tener conto dei diversi modi di rappresentare la mascolinità e la femminilità in legame con l’orientamento sessuale. Naturalmente in questo documento è implicito una eterosessualità come codice che fonda il paradigma patriarcale e come colonna portante della famiglia tradizionale. Pertanto questa visione di uomo e di donna, di sessualità e di genere, non porta avanti i processi di modificazione e di evoluzione al cambiamento che ridefinirebbero le categorie culturali, sociali e ideologiche.

 

Alla fine delle analisi svolte sui diversi contesi di vita di ogni individuo e quindi del transessuale, si può riassumere il tutto partendo da una domanda fondamentale:

“Quali sono le reazioni della comunità sociale alla diversità sessuale?”

 

Per la risposta, si potrebbero considerare gli studi di Lorè e Martini del 1984, in cui si considerano le “inferenza criminologiche del transessualismo”[59] in riferimento all’aggressività verso se stessi (atti di autolesionismo e suicidi), oppure condotte antisociali che i trans hanno nei confronti di una società che li disprezza, nonostanteci sia una legge che li tuteli (che vedremo più avanti). Con la legge 164 sembrano diminuiti gli atteggiamenti di disprezzo, però non certamente sono eliminati del tutto; anche se non dobbiamo nascondere che nel contesto scolastico di oggi, insegnanti e genitori rivolgono più attenzioni verso bambini definiti come “effeminati”. Certo non è questa la soluzione al problema della transessualità discriminata, ma può essere benissimo un inizio ad un minimo di tolleranza.

Anche i mass media mostrando e raccontando storie che generano in chi le ascolta della pietà, sensibilizzano l’opinione pubblica, ma nei transessuali più fragili, creano delle aspettative fatte di illusioni.

 

 

PROSTITUZIONE: DEVIANZA O SOPRAVVIVENZA.

La prostituzione rappresenta una delle vie più brevi per raggiungere una certa indipendenza, prima di tutto economica, che gli consentirà di fare l’operazione di riconversione e uscire da quello stato di non-identificazione ad un nuovo status sociale.

Secondo la sociologa Porpora Marsciano, vice presidente del Movimento Transessuale Italia, per motivi sociali-culturali e storici la prostituzione è stata praticata dalla maggior parte delle transessuali, e per far fronte al trinomio transessualità- prostituzione-delinquenza, è necessario un excursus storico che va dagli anni 60-70’ fino ai giorni nostri.

 

Tra gli anni 60-70’ quasi l’intero mondo delle transessuali (che all’epoca venivano chiamati travestiti) si prostituiva, in quanto vedeva in questo mestiere l’unica strada per confrontarsi con la realtà, “il salvagente per non annegare”,come afferma Porpora.

Fu così che le transessuali si conquistarono un posto nella società come ambito di azione e rivendicazione. Quando le prime trans cominciarono a prostituirsi, erano considerati soggetti eccentrici dalla società; infatti venivano confusi con omosessuali o strane prostitute (ecco perché ancora oggi c’è lo stigma di transessualità vista come omosessualità eccentrica).

La loro presenza sui marciapiedi risale ancor prima degli anni 60’, intorno al 1958 quando sono stati chiusi definitivamente i famosi “bordelli”; gli anni 60-70’ sono stat iimportanti perché ci furono i primi problemi e scontri con l’opinione pubblica e soprattutto con la polizia che aveva metodi d’intervento sulle prostitute non molto delicati.

 

In questo periodo nacquero le prime sanzioni ai danni delle transessuali, tra cui la camera di sicurezza, gli arresti domiciliari, e l’articolo 1 della legge del 1956, che riguardava le misure preventive nei confronti delle persone pericolose per la sicurezza pubblica. Questo scattava nel momento in cui c’erano diversi fermi di polizia e a coloro a cui veniva assegnato l’ art.1, venivano tolti di diritti civili, come la patente, il diritto di voto, passaporto.

 

Secondo il codice Rocco, la causa dell’arresto era il “mascheramento”; comparire mascherati in luogo pubblico era vietato e per questo diversi sono stati i casi di repressione a danno delle transessuali; anche le diffide erano considerate un incubo per chi si prostituiva in un luogo in cui non risultavano residenti. Infatti entro 3 giorni dalla notifica dovevano presentarsi nella questura di residenza e l’omissione di presentazione prevedeva l’arresto. Le violazioni della diffida erano tante, ciò significa che pur di non ritornare nel loro paese natale, si facevano arrestare.

 

Si può affermare è che lo sfruttamento della prostituzione non ha mai coinvolto le transessuali, loro lavoravano in proprio oppure erano pagavano una somma di denaro per avere un domicilio o per poter lavorare in un posto considerato “di proprietà”

Così con l’"acquisto" di pezzi di marciapiede si cominciarono a creare dei veri regni di prostituzione transessuale in alcune zone delle grandi città: Lungotevere di Roma; Parco Ravizza di Milano; Parco dei Lungarmi di Firenze; i Viali di Bologna. In tutte questa città la notte era popolata da transessuali, che rappresentavano un nuovo modello di femminilità esagerata; sia oggi e sia allora ogni trans che si prostituisce recita come se fosse su un palcoscenico, con delle caratteristiche che fanno parte della vita reale, perciò finisce che realtà e fantasia si confondono. Ma dire che la trans sia un nuovo modello di femminilità è sbagliato in quanto rappresenta la sola transessualità!

La fine degli anni 70’ sono caratterizzati da continue lotte per il riconoscimento legale del transessualismo e fu agli inizi degli anni 80’ che nacque il MIT: protagonista della lotta per l’approvazione dei diritti civili per i transessuali; ne risultò da questo, l’approvazione della legge 164 del 1982.

 

Gli anni 80’ sono caratterizzati anche dall'apparizione dell’ HIV. Si diffuse la notizia che la trasmissione di questa grave malattia venisse ad opera di siringhe, sangue e perfino un bacio era un comportamento a rischio. Quando furono classificate le categorie a rischio, si individuarono i tossicodipendenti, i gay e naturalmente i transessuali che ora più che mai rappresentavano (come sostiene Porpora) un cocktail ad alto rischio: prostituzione, sesso, droga.

Accadde così che molte persone a rischio di HIV, furono cacciate di casa, dai locali pubblici, non accattate nelle strutture socio-sanitarie. Naturalmente anche la prostituzione, specie transessuale, accusò la crisi; con il calo del lavoro, le trans si trovavano in situazione di sbandamento, di emarginazione anche in quel mondo che sempre le aveva desiderate. L’uso delle droghe di quel periodo: cocaina, eroina, droghe chimiche , registrò un forte aumento fino a raggiungere punte elevatissime tra la popolazione trans, che pagò anche un prezzo altissimo per le vite umane.

 

Attualmente secondo delle ricerche attendibili, le trans che si prostituiscono sono circa il 20% , ma solo il 10% sono prostitute transessuali italiane. Perciò la vendita del corpo delle trans è solo una parte ampia e complessa di quello che immaginiamo; se la gente di oggi è convinta che tutte le trans siano prostitute, non è perchè se lo sia inventato (nel corso del tempo ha avuto delle prove!), ma crtamente sbaglia nel pensare che TUTTO il mondo trans si prostituisce.

 

Porpora afferma che quelle che vediamo di notte nelle vie, è una parte di trans facilmente quantificabili; mentre è molto più difficile quantificare il numero nella sua totalità, perché non ci sono strumenti adatti per elaborare dati certi del fenomeno complessivo. I dati sono di tipo qualitativo che permettono descrivere, trasmettere, comunicare l’esperienza che si vive, ma non definisce con precisione quanti singoli formano una pluralità.

 

La prostituzione risponde a regole economiche, e le tensioni che il mondo della prostituzione subisce sono di natura economica; Porpora ha usato la teoria dell’economia di Adam Smith per descrivere il fenomeno: quando i clienti (cioè la domanda) sono in numero più elevato delle prostitute (l’offerta), il lavoro c’è per tutte, con il potere di queste di offrire il minimo chiedendo il massimo; quando la tendenza è contraria accade che il cliente chiede il massimo offrendo il minimo. E qui che entra la crisi, il lavoro cala, le prostitute trans e prostitute vere donne si dichiarano guerra, dove vince chi ha più fame.

 

Carla Turolla, la neo- donna, che oggi vive una vita simile a tutta la gente comune, sulla prostituzione ha riferito: “la prostituzione è un mestiere come un altro, in cui è la clientela che genera l’offerta di prestazioni; le donne transessuali non hanno nessuna vocazione per la prostituzione, purtroppo si trovano a subirla. Non conosco nessuna azienda che assume facilmente una donna transessuale, anche se conosco molti imprenditori che sono clienti di donne transessuali; con la terapia ormonale a cui si sottopongono le trans, si azzera la libido e per questo non provano neanche piacere personale nella prostituzione.

Anche se è un mestiere non riconosciuto, la vendita del proprio è ben richiesta e per ciò che riguarda i clienti non immaginatevi il trionfo della perversione! La maggior parte sono persone normali e banali; di solito è il cliente che immagina la donna trans come la più alta delle trasgressione e non importa che la realtà sia tutta diversa (come si fa a dire che solo le transessuali sono devianti? E i clienti?).

Il cliente non è affatto un omosessuale inconfesso ma quasi sempre è un eterosessuale che ha paura della diversità presente nella genetica femminile.”(Carla Turolla)

 

Individui socialmente pericolosi, esseri anormali, strane creature persone immorali, soggetti marginali, tutto questo sono le trans e tutto questo provoca l’emarginazione delle transessuali da contesti di vita sociale; l’unico contesto che le accetta e le desidera è quello della prostituzione, che di fatto è l’unico contesto dedicato a loro.

È dunque importante capire qual è il paradosso che gira intorno all’idea di prostituzione transessuale: da una parte la vendita del corpo è necessaria perché considerato come una strada facilmente percorribile (visti i contesti in cui il trans è inserito) con lo scopo di un’indipendenza economica, nonché mezzo utile per far fronte alle spese dell’operazione di riconversione; ma dall’altra parte risulta essere un comportamento deviante, essendo la prostituzione non accettata legalmente e moralmente.

 

 

IL SUICIDIO: LA FINE DEL DISAGIO.

Uno dei sociologi più famosi che si è occupato di suicidio è stato David Emile Durkeim, considerato il fondatore della sociologia moderna, che si occupa del fenomeno nel suo testo: “sociologia del suicidio”. Il libro si struttura in 3 parti; nella prima, si analizzano “i fattori extrasociali”; nella seconda le “cause sociali e tipi sociali” indagando sulla natura delle cause sociali e i rapporti con gli individui; nella terza si affronta “ il suicidio come fenomeno sociale in genere” dove si approfondiscono i rapporti suicidio-fattori sociali.

Durkheim definì il suicidio “quel tipo di morte che derivi direttamente o indirettamente da un atto positivo o negativo compiuto dalla vittima stessa, la quale sapeva che esso doveva produrre tale risultato”[60].

Nella seconda parte del libro sono stati studiati diversi tipi di suicidio: quello egoistico, quello altruistico e quello anomico.

Il suicido egoistico secondo Durkheim, ha come causa una forte affermazione del proprio “io” a danno dell’ “io” sociale, si tratta perciò di un segno dovuto da un individualismo abbastanza forte.

Il suicidio altruistico deriva dal fatto che la ragione di vita è fuori la vita stessa eviene diramato in altre 3 parti:

Il suicidio anomico è il contrario di quello egoistico (quest’ultimo da lui contrastato), in cui tutto dipende da come gli individui sono inseriti e dominati da una società; perciò tale suicidio dipende dal disordine sociale, da rotture e cambiamenti sociali.[61]

 

Tralasciando Durkheim che avanzava l’ipotesi che ci sono diverse cause del suicidio, oggi questo fenomeno è visto come un comportamento deviante molto grave, in quanto può rappresentare l’esito di una forte depressione, causato dal rapporto conflittuale che un individuo vive in se o con gli altri.

Tutti gli studi sono d’accordo nel ritenere fra le cause scatenanti vi siano: i lutti, i cambiamenti di vita bruschi, gli abbandoni, i problemi di immagine e di status. A questo si aggiungono anche i fattori predisponesti: situazioni cliniche e non, tra cui disturbi depressivi, quelli dell’umore, le schizofrenie. Anche i tratti di personalità possono aumentare il rischio di suicidio, dove pure un disturbo di personalità può indebolire l’autostima e portare a togliersi la vita.

 

Nella condizione transessuale il ricorso al suicidio può avviene perché queste persone sono cadute in una forte depressione per il forte conflitto che vivono con la società.

È una sorta di suicidio egoistico che compiono - secondo le tipologie di Durkheim - anche se l’evento scatenante che porta a togliersi la vita è il rapporto conflittuale con la società, il non voler più sopportare le sofferenze interiori, oltre che il disagio che prova ogni volta che si trova a contatto con della gente che lo discrimina, lo etichetta, ed è vittima di atti di mobbismo e omofobia.

 

Certamente molto dipende dal carattere dell'individuo; con una personalità forte e aggressiva, forse mai passerà in mente un gesto così estremo, a differenza di una persona che oltre a vivere un disagio abbastanza grave è debole e fragile caratterialmente e che quindi vedrà nel suicidio la migliore delle soluzioni.

 

(su)

 


CAP. 4: TRA I DIRITTI DEL TRANSESSUALE E L’ATTENZIONE DEI MEDICI.

1982: LE PRIME LEGGI

Prima del 1982 la giurisprudenza non ammetteva il procedimento di rettificazione di attribuzione del sesso, in quanto configurava come una “questione di stato” della persona. Il procedimento di rettificazione degli atti dello stato civile, non poteva essere consentito nell’ipotesi di una persona che “indicata nell’ atto di nascita come appartenente ad un sesso, manifesti alla crisi puberale caratteri tipici dell’altro sesso”[62].

La vicenda giuridica del transessualismo rappresenta la storia di tutti i nuovi fenomeni: dall’indifferenza e le ostilità, dagli strumenti non idonei all’accoglimento della persona nella regolamentazione legislativa.

Sta di fatto però che si arrivò ad una rilevanza giuridica del transessualismo nel 1982, quando la Camera dei deputati ed il senato della Repubblica approvarono la legge 14 aprile 1982, n.164,in gazzetta ufficiale il 19 aprile, n.106, che rappresentò un modo per vedere riconosciuta la possibilità di cambiare sesso rettificando il nome e il sesso anagrafico.

Su questa legge intervenne anche la corte costituzionale con la sentenza del 6- 24 maggio, n. 161 che affermò la legittimità costituzionale della legge e riconobbe anche il diritto all’identità di genere.

 

La legge si stende in 7 articoli qui riportati integralmente:

ART. 1

La rettificazione di cui all’articolo 454 del codice civile si fa anche in forza di sentenza del tribunale passata in giudicato che attribuisca ad una persona sesso diverso da quello enunciato nell’atto di nascita a seguito di intervenute modificazioni dei suoi caratteri sessuali.

ART. 2

La domanda di rettificazione di attribuzione di sesso di cui all’art. 1 è proposta con ricorso al tribunale del luogo dove ha residenza l’attore. Il presidente del tribunale designa il giudice istruttore e fissa con decreto la data per la trattazione del ricorso e il termine per la notificazione al coniuge e figli. Al giudizio partecipa il pubblico ministero ai sensi dell’art. 70 del codice di procedura civile. Quando è necessario, il giudice istruttore dispone con ordinanza l’acquisizione di consulenza intesa ad accertare le condizioni psico sessuali dell’interessato. Con la sentenza che accoglie la domanda di rettificazione di attribuzione del sesso il tribunale ordina all’ufficiale di stato civile del comune dove fu compilato l’atto di nascita di effettuare la rettificazione nel relativo registro.

ART. 3

Il tribunale, quando risulta necessario un adeguamento dei caratteri sessuali da realizzare mediante trattamento medico-chirurgico, lo autorizza con sentenza. In tal caso il tribunale, accertata la effettuazione del trattamento autorizzato, dispone la rettificazione in camera di consiglio.

ART. 4

La sentenza di rettificazione di riattribuzione del sesso non ha effetto retroattivo. Essa provoca lo scioglimento del matrimonio o la cessazione degli effetti civili conseguenti al matrimonio celebrato con rito religioso. Si applicano le disposizioni del codice civile e della legge 1 dicembre 1970, n.898 e successive modificazioni.

ART. 5

Le attestazioni di stato civile riferite a persone della quale sia stata giudizialmente rettificata l’attribuzione di sesso sono rilasciate con la sola indicazione del nuovo sesso e nome.

ART.6

Nel caso che alla data di entrata in vigore della presente legge l’attore si sia già sottoposto al trattamento medico-chirurgico di adeguamento del sesso, il ricorso di cui al primo comma dell’art.2 deve essere proposto entro il termine di un anno dalla data suddetta. Si applica la procedura di cui al secondo comma dell’art. 3

ART 7

L’accoglimento della domanda di rettificazione di attribuzione di sesso estingue i reati cui abbia eventualmente dato luogo il trattamento medico-chirurgico di cui all’articolo precedente.

 

La legge 164/ 82 si applica a tutti i cittadini italiani senza limite di età e per essa sono importanti 2 procedimenti:

  1. Procedimento per autorizzazione del trattamento chirurgico: cioè attraverso un avvocato di parte, si presenta ricorso al tribunale in cui si risiede richiedendo l’autorizzazione per adeguare chirurgicamente i caratteri sessuali.

    In caso di un matrimonio in corso, il ricorso va notificato a coniuge e figli; l’autorizzazione prevede inclusi anche il certificato di residenza, di stato civile, copia dell’atto di nascita, certificati medici (perizia psichiatrica o psicologica) che attesti la necessità dell’intervento.

    Nella domanda va anche specificato la richiesta di cambiamento del nome indicato quello prescelto; in seguito all’esame della Consulenza Tecnico ufficio il tribunale emette una sentenza di autorizzazione per l’adeguamento dei caratteri sessuali.

  2. Procedimento per la rettificazione di sesso e cambio di nome: cioè dopo l’operazione di riconversione bisogna fare un altro ricorso al Tribunale di residenza chiedendo la rettifica del sesso anagrafico e il cambio del nome; il ricorso include la cartella clinica proveniente da strutture pubbliche, dell’effettivo avvenuto adeguamento chirurgico. Dopo l’accertamento dell’operazione di cambiamento del sesso, il tribunale dispone la rettificazione dell’attribuzione di sesso anagrafico e il cambiamento del nome, ordinando all’ufficiale di Stato Civile l’annotazione civile; la sentenza di rettificazione scioglie il matrimonio in atto, la pronuncia di divorzio avviene alla sentenza di rettificazione.

Ma quali sono i problemi che scaturisconodall’impostazione di tale legge? Naturalmente un problema rimane sempre quello dei figli dei transessuali: il loro affidamento viene deciso dal Tribunale, rarissimi sono i casi in cui i figli sono affidati al genitore che ha cambiato il sesso. Alcuni studi esteri, sembrano dimostrare, su basi non molto accertate, che i figli durante il periodo pre-adolescenziale non soffrono tanto la figura del genitore transessuale, quanto la loro mancanza; accade però in quei rari casi in cui i figli vengono affidati al genitore transessuale, si necessita di un supporto psicologico che coinvolga genitori e figli.

Altro problema che viene fuori da questa legge è “la permanenza anagrafica”: anche se la legge stabilisce che dopo l’operazione di cambiamento, non deve esserci nessun documento con il proprio nome “passato”, in realtà non è davvero così, perché rimangono sempre documentazioni (quali curriculum, attestati, etc), dove i nomi non possono essere modificati, specie se quelle documentazioni sono state emesse da enti che non possono modificarli perché non esistono più.


 

2003:LANUOVAPROPOSTA LEGISLATIVA.

In successione alla prima legge di tutela del transessuale del1 982, c’è stato 3 anni fa un disegno di legge allo scopo di disciplinare il cambio del nome indipendentemente dal sesso che c’è all’anagrafe.

 

La proposta di legge n. 2939 del 1/7/2002 viene fatta a nome dei deputati: TITTI DE SIMONE, VENDOLA, DEIANA, BELLILLO, BULGARELLI, CHIAROMONTE, CIALENTE, AFLONSO GIANNI, GRIGNAFFINI, GLILLINI, LEONI, SANTINO ADAMO LODDO, MANTOVANI, MASCIA, PISAPIA, RIVOLTA, RUSSO SPENA, RUZZANTE, SODA, TRUPIA, VALPIANA, ZANELLA, VALPIANA e prevede 6 artcoli:

 

Art. 1

  1. La persona che vuole cambiare il nome in quanto, in ragione della propria identità di genere e della difformità tra aspetto esteriore e nome anagrafico, sente di non appartenere al sesso indicato nel suo atto di nascita presenta apposita domanda al sindaco del luogo di residenza.

  2. Può presentare la domanda di cambiamento del nome il cittadino italiano che ha compiuto i diciotto anni di età e che ha intrapreso il percorso di adeguamento dell'identità fisica all'identità psichica.

  3. La domanda deve indicare il nome o i nomi che la persona richiedente ha scelto.

 

Art. 2

  1. Il sindaco di cui all'articolo 1, comma 1, decide sulla domanda di cambiamento del nome entro un mese dalla presentazione della stessa, sentiti i pareri della persona richiedente e del medico specialista o dello psicologo che la ha in cura, il quale, sulla base della formazione e dell'esperienza professionali acquisite, sia esperto nelle problematiche relative al transessualismo ed alle identità di genere.

  2. Entro il termine previsto dal comma 1, il provvedimento del sindaco è notificato, tramite messo comunale, al giudice tutelare nella cui circoscrizione rientra il comune interessato. Il mancato accoglimento della domanda è motivato per iscritto.

  3. Il giudice tutelare, entro i cinque giorni successivi dal ricevimento della notificazione di cui al comma 2, assunte le informazioni ed operato il controllo di conformità circa i requisiti legali dell'istanza, provvede, con decreto motivato, a convalidare o a non convalidare il provvedimento del sindaco. Il decreto è notificato, nei cinque giorni successivi, al sindaco ed alla stessa persona richiedente.

  4. Contro il provvedimento deliberato dal giudice tutelare la persona richiedente può proporre ricorso al tribunale competente per territorio, entro un mese dal ricevimento della notificazione. La decisione del ricorso è assunta in camera di consiglio.

 

Art. 3

  1. A tutela della riservatezza della persona richiedente, è esclusa l'affissione del decreto del giudice tutelare emesso ai sensi dell'articolo 2, comma 3, nell'albo pretorio del comune presso il quale è stata presentata la domanda di cambiamento del nome.

 

Art. 4

  1. Il decreto che dispone il cambiamento del nome è annotato negli atti dello stato civile della persona richiedente.

  2. L'ufficiale dello stato civile del luogo di residenza, se la nascita o il matrimonio è avvenuto in altro comune, dà prontamente avviso del cambiamento all'ufficiale dello stato civile del luogo di nascita o di matrimonio, che provvede ad analoga annotazione nell'atto di nascita o di matrimonio della persona richiedente.

 

Art. 5

  1. Ferme restando le disposizioni della legge 31 dicembre 1996, n. 675, e successive modificazioni, l'uso personale o da parte di terzi del nome precedente è perseguibile ai sensi degli articoli 494, 495 e 496 del codice penale, fatta salva la sussistenza di ulteriori fattispecie delittuose.

 

Art. 6

  1. Al procedimento per il cambiamento del nome previsto dalla presente legge, si applicano le disposizioni stabilite dall'articolo 93 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396.

 

Questo progetto di legge presentato agli altri onorevoli da Titti De Simone, in collaborazione con altri deputati, tra cui l’attuale Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola,mirava ad introdurre nell’ordinamento italiano la legge tedesca, chiamata: “Klein Losung”, che significa piccola soluzione, cioè:la possibilità per i transessuali nella fase di transizione e per i transgender di adeguare il nome all’identità psico-fisica e dell’aspetto esteriore.

Viene chiamata piccola soluzione perché non cambia l’attribuzione del genere della persona, ma solamente il nome. Ciò significa che sui documenti di riconoscimento ci sarà il nome tipico del genere opposto ma sul certificato di nascita il genere sarà sempre quello originale. Questa piccola soluzione è “attiva” in Germania e in Olanda, in sede di approvazione in Spagna, e in discussione in Belgio e Austria.

 

Insomma, la piccola soluzione non tende a cambiare né il genere di appartenenza, né lo status giuridico di maschio e femmina , solo consente a chi non ha forme apparenti tipiche del suo sesso appartenenza, di presentarsi nelle occasioni pubbliche con un nome idoneo all’immagine.

 

Con il progetto di legge n. 2939 si comprende a pieno che le persone transessuali siano oggetto di ripetute discriminazioni, soprattutto quando il singolo è costretto a mostrare il suo documento d’identità, oppure rivelare il proprio nome anagrafico, con conseguenze importanti nei diritti fondamentali che l’ordinamento ritiene degni di tutela.

 

La soluzione che si propone con questa proposta di legge, trova fondamento nella Corte Costituzionale n.161 del 6-24 maggio 1985 dove i giudici della Consulta hanno riconosciuto la legittimità costituzionale della legge del 1982 e affermato l’esistenza di un diritto all’identità sessuale. Infatti la corte riconosce “il contrasto tra sesso psicologico e sesso biologico” che caratterizza i transessuali e ammette un nuovo concetto di identità sessuale che comprende caratteri sessuali esterni e carattere psicologico/sociale.

 

Il diritto dell’identità sessuale nasce innanzitutto sulla tutela dell’articolo 32 della costituzione italiana: riguarda la salute dell’individuo con riferimento però, al concetto di salute in senso molto ampio; ma sempre nella decisione della Corte, si riconosce l’identità sessuale come un elemento di base nella personalità individuale che ha bisogno di essere protetta.

 

Anche se questa proposta di legge non prevede la modifica del sesso anagrafico, il fatto di avere un nome conforme all’aspetto, sarebbe una soluzione adeguata per consentire alla persona transessuale un normale svolgimento di vita. La domanda per il cambiamento del nome verrà presentata al sindaco del comune di residenza, che decide in base ai colloqui con il richiedente e ai consulti con medici specialisti, psicologi esperti in disforie di genere. Solo così si garantisce che la soluzione del sindaco sia consapevole e non arbitraria. Nel caso di domanda accolta con tale proposta di legge si prevede, in conformità con quanto stabilito dalle norme, l’annotazione del provvedimento negli atti statali civili del luogo di nascita, di residenza.

L’articolo 3 di questa proposta di legge elimina qualsiasi forma di pubblicità del decreto del giudice; questo rappresenterebbe un modo di tutela per il richiedente del cambiamento, anche perché l’affissione nell’albo pretorio del comune andrebbe contro la riservatezza deltransessuale e a rischio di stigmatizzazione.

L’articolo 5 prevede la perseguibilità a livello penale, con l’art. 494 (sostituzione della persona), art.495 (falsa attestazione) e art.496(false dichiarazioni), di coloro che facciano uso del precedente nome. Questo significa che prima di tutto si salvaguardia la posizione della persona stessa o di terzi; in secondo luogo tutela la riservatezza della persona che ha cambiato il nome e reprime l’uso del nome precedente con intenti diffamatori o discriminatori; in terzo luogo garantisce la correttezza delle attestazioni delle proprie generalità confronto la pubblica amministrazione.

L’articolo 6 invece si occupa di disporre dell’esenzione fiscale del procedimento di adeguamento del nome della persona, come previsto per il cambiamento per nomi e cognomi perché ridicoli o vergognosi.

 

LA POLITICA AZIENDALE

È importante tornare sulla questione del lavoro, già affrontata nel capitolo precedente, in cui lo stigma transessuale genera fra l'altro condizioni economiche sfavorevoli (da coniugarsi ai grandi costi degli interventi estetici indispensabili per adeguare l’aspetto esteriore).

Per questo che il circolo la “fenice”- arciTrans Milano; circolo “crisalide” -ArciTrans Genova; circolo “libellula 2001”-ArciTrans Roma; gruppo Luna -Torino c/o Circolo Maurice, hanno formulato un documento con lo scopo di dare delle informazioni ad amministratori, datori di lavoro, manager, capi, sulle persone transessuali e sul percorso di cambiamento del sesso.

Viene anche data informazione della posizione legale di queste persone in materia di diritto del lavoro, con delle raccomandazioni, per dare ai datori di lavoro e transessuali i mezzi per affrontare le problematiche legate tra lavoro e trans. Una posizione lavorativa fatta di accettazione e comprensione da parte del datore di lavoro e colleghi di lavoro, consentirà di dare un contributo alla realizzazione di scelte di vita del transessuale, senza chiedere l’impossibile ma solo una vita fatta serena e tranquilla nel mondo lavorativo; in più un’informazione accurata sulla condizione della persona può eliminare pettegolezzi, pregiudizi, molestie verbali, discriminazioni.

 

All’interno di questo lavoro è anche inserita una bozza di “Politica Aziendale” con dei punti che riassumono l’intero documento, affinché possa essere usato come base per una dichiarazione di politica aziendale vera e propria.

La proposta vede 7 punti fondamentali:

  1. l’azienda deve riconoscere che il transessualismo è una condizione medica; in modo tale da considerare tale condizione come qualsiasi altro trattamento medico.

  2. i dipendenti transessuali devono essere trattati con rispetto e devono svolgere il loro lavoro senza persecuzioni e discriminazioni: l’azienda dovrebbe considerare molestie verbali, le discriminazioni e persecuzioni, come grave offesa.

  3. l’azienda riconosce il diritto al lavoro della persona transessuale e di presentarsi al lavoro vestendo conformemente al sesso di arrivo.

  4. è obbligo, una volta iniziato il periodo di transizione, rivolgersi a queste persone con il nuovo nome in cui sentono di appartenere.

  5. dopo un’adeguata informazione al personale e al trans verrà concesso l’uso dei bagni secondo il sesso d’arrivo.

  6. l’azienda faciliterà l’integrazione non dolorosa del transessuale nel posto del lavoro, adattando i documenti, tessere con il nome scelto.

  7. dopo l’intervento chirurgico e la sentenza del tribunale del cambio di nome, l’ex transessuale sarà trattato alla pari dei dipendenti dello stesso.

I sette punti sopra elencati rappresentano attualmente solo dei “desideri” anche se ben realizzabili, della popolazione transessuale. Ma in questo ci sono pure dei limiti non di poco conto e che non bisogna tralasciare. Consideriamo per esempio, un’azienda che lavora a rappresentanza, dove i dipendenti sono a pieno contatto con i clienti. Sopratutto nel mondo di oggi in cui vale molto l’estetica e l’apparenza, i dirigenti, i gestori, i capi delle aziende ricercano nel personale di rappresentanza, proprio il bell’ aspetto, una buona presenza, quindi un grado di visibilità ben accettato, cosa che il transessuale non esprime a pieno per le sue caratteristiche fisiche ambigue. Quindi in quelle aziende in cui si lavora a pieno contatto con i clienti, forse non vedremo quasimai assumere un transessuale. Naturalmente per questo, non si fa nessuna colpa (almeno personale) a nessun capo di azienda in quanto è una situazione ben comprensibile.

Però d’altro canto, ci sono anche lavori in cui non c’è nessun contatto con la clientela, quali le fabbriche di vestiari, i call-center, etc, in cui dovrebbe essere tollerata la presenza di queste persone, dunque è qui che avrebbero senso la ”bozza” di politica aziendale sopra elencata.

 

In conclusione volendo fare delle ulteriori considerazioni sulle leggi di tutela al transessuale, la legge 164 autorizza un adeguamento dei caratteri sessuali e il cambio del nome di battesimo.

Questa disposizione legislativa stabilisce il principio fondamentale che la sessualità sia un fatto psichico, ciò implica che si è maschio o femmina se ci si sente come tali[63]. Viene considerata questa una provocazione culturale, in quanto chiede di stabilire l’identità sessuale non solo con gli aspetti somatici o ormonali, bensì con fattori psicologici e sessuali. Infine resta da dire che la legge 164 ha avuto un processo di preparazione abbastanza lungo, dove come prima punto c’è stato il bisogno di decidere se il sesso doveva essere considerato come “stato di persona” alla pari della cittadinanza o “stato di famiglia”; oppure se se considerato (come alla fine doveva essere) una qualificazione personale che non è discriminante rispetto alla capacità giuridica (art. 3 Costituzione).

 

 

I DIRITTI SESSUALI

Nel percorso sull’identità di genere (coinvolgente a tratti anche l’omosessualità), è necessario per la tutela della persona, tener conto dei Diritti sessuali, proprio perchè la richiesta di tali diritti è legata al superamento di strutture sociali, economiche e politiche “che concorrono a perpetuare logiche di chiusura che sfociano in atteggiamenti di negazione dei diritti stessi”.[64]

 

I diritti sessuali sono diritti umani basati sulla libertà, uguaglianza e dignità e che dovrebbero essere accettati e difesi con ogni mezzo da tutto l’intera società. Da questo presupposto nasce la Carta dei diritti sessuali emanata nella conferenza mondiale di sessuologia a Valencia nel 1997 e rivista nel 1999 ad Hong Kong, che ha stabilito il diritto sessuale come diritto:

Lo studio della sessualità e dei diritti sessuali tendono a disegnare una nuova pratica sociale, quello di una nuova civiltà che riconosca il diritto di autodeterminazione, libertà dei rapporti e alla responsabilità individuale e collettiva.

A dispetto di questi “buoni propositi”, transessuali, gay, lesbiche affrontano esclusioni sociali in quasi tutti gli ambiti, dal lavoro ai servizi sociali, all’offerta di beni e servizi; tutto questo potrebbe essere eliminato se esistesse una “struttura legale”[66] che protegga lediscriminazioni volte all’identità di genere e orientamenti sessuali.

 

 

L’OPERAZIONE DI RICONVERSIONE.

Prima di parlare dell’operazione di cambiamento del sesso, è utile sottolineare che esiste il trattamento non chirurgico del transessualismo, che naturalmente è diverso da quello del travestitismo.

Come si è già accennato nel primo capitolo, i travestiti vogliono essere lasciati in pace nel perseguire il loro obiettivo: cioè l’abbigliarsi, chiedendo alla società di essere trattati educatamente. Per smettere di abbigliarsi e “guarire” non è abbastanza la forza di volontà, ma è utile anche un aiuto psicoanalitico. Questo perché ogni travestito o transessuale (come anche un tossicodipendente), ha un problema di personalità; se il turbamento emotivo che provoca questo disordine di personalità è elevato ne consegue che “un successo sintomatico superficiale può essere eseguito per qualche tempo” ma non possiamo non considerare che “ogni turbamento profondamente radicato lascerà senza risposta la terapia”.[67]

 

Per ciò che riguarda il transessuale, se egli trova soddisfazione nell’abbigliarsi, il consiglio medico è quello di consentire il travestimento, anche se così si va incontro a delle critiche morali, religiose, etiche etc. E’ una impresa inutile, guarire il VERO transessualismo con una psicoterapia (al contrario di quanto si crede), la sua mente non cambierà mai e tutti i tentativi di psicoterapia, come sosteneva Benjamin, falliranno.

E quindi dato che la mente non può conformarsi al corpo, non resta che conformare il corpo alla mente con l’uso di terapie ormonali via parentale od orale.[68]

 

Nelle transessuali MTF si richiede una prolungata somministrazione, per almeno 2 anni, di estrogeno e progesterone in combinazione ad antiandrogeni; per i transessuali FTM si prevede invece la somministrazione di testosterone; in entrambi i casi la prescrizione va fatta da un medico con specializzazione endocrinologica che conosce a pieno queste problematiche e deve essere successiva a una diagnosi iniziale di Disturbo di identità di Genere con osservazione psichiatrica o psicologica per un periodo di 4-10 mesi.

 

La non reversibilità e la difficoltà di un intervento di RCS porta con se un processo diagnostico articolato, condizionante l’intera vita di un individuo, è necessario un insieme di medici esperti che decidano sull’operazione, valutando in profondo la personalità dell’individuo; infatti la RCS deve risultare l’unico e l’ultimo mezzo per “la sopravvivenza del transessuale”.

 

L’EQUIPE MULTIDISCIPLINARE.

L'equipe medica per seguire un persona transessuale è composta da:

  1. sessuologo

  2. internista

  3. psichiatra o psicologo clinico

  4. chirurgo

Tutte queste figure devono avere una certa esperienza e preparazione in questo campo oltre all’aver affrontato una formazione specilistica adeguata ad afrontare i problemi interiori del paziente con DIG.[69]

  1. Il sessuologo

    Egli deve avere una preparazione completa nel valutare perfettamente la componente biologica, psicologica dei disturbi dell’identità sessuale; la diagnosi sessuologica si compie attraverso numerosi colloqui con il trans, allo scopo di un’osservazione a pieno del paziente.

    La valutazione sessuologica deve essere molto attenta al linguaggio, infatti è basata su 2 livelli: verbale, con l’osservazione del linguaggio usato dal paziente nel racconto della sua vita, questo costituisce l’ indicazione per capire se c’è stata l’interiorizzazione della problematica dell’identità; poi la valutazione analogica che identifica il complesso del linguaggio, il tono emotivo assunto dall’individuo.

    Il sessuologo studia anche i comportamenti motori individuali, esempio i suoi modi di sedersi, camminare, i movimenti degli arti; sono questi dei comportamenti studiati per verificare se sono spontanei o controllati dal soggetto stesso. Tutto questo fornisce elementi di valutazione prima dell’operazione di conversione, con accanto anche l’approfondimento delle dinamiche familiari, attraverso colloqui clinici con i genitori, quando il transessuale è al di sotto dei 20 anni.[70]

     

  2. L’ internista.

    Questa figura medica che nel trattamento del transessuale svolge principalmente le funzioni:

    1. valutazione endocrinologia, per accertare eventuali autprescrizioni

    2. analisi per l'esclusione di patologie disendocrine

    3. prescrizione e somministrazione di una terapia ormonale sostitutiva

    Lo studio degli ormoni e dei suoi recettori è molto importante perché si analizza il legame che c’è tra profili endocrini e comportamenti dei soggetti, più gli aspetti cognitivi (studio non solo rivolto sui transessuali). È comunque quasi sempre l’internista che ha la facoltà di prescrivere ormoni maschili o femminili, per adeguarsi al sesso desiderato.

     

  3. Lo psichiatra o lo psicologo clinico.

    È la figura più importante, insieme al chirurgo, di tutta l’equipe medica, in quanto il suo fine è lo studio della personalità individuale, che svolge attraverso la somministrazione di test orientati a valutare prima di tutto l’intelligenza e successivamente comprendere se l’individuo riesce ad essere consapevole della domanda di cambiamento sessuale che ha posto, se riesce realmente ad adattarsi alle condizioni di vita che vuole. La valutazione continua con il test sull’autostima della persona, sulla propria percezione, l’aggressività etc.

    La costruzione della personalità avviene attraverso i test proiettivi, il più famoso è quello di Rorschach che individua aspetti di personalità (simili a quelli svolti dal sessuologo) con lo scopo però, di notare, studiare, analizzare, la presenza o meno di stereotipi cognitivi, emotivi, affettivi legati al sesso a cui si appartiene e di quello che si desidera.

    Naturalmente nella diagnosi del transessuale lo psichiatra, o psicologo clinico, devono obbligatoriamente verificare se ci sono delle patologie psichiatriche gravi, quali le psicosi, psicopatologie dovute da una confusione di identità momentanee, in quanto la sola presenza di una di queste può o fa direttamente decadere la domanda di RCS.[71]

     

  4. Il chirurgo.

    Affinché il transessuale si adegui all’aspetto sessuale da lui desiderato, occorre un chirurgo che abbia diverse specializzazioni: chirurgo plastico, ginecologo, urologo.

    È noto che il lavoro del chirurgo plastico è mirato raggiungere un’immagine corporea che si vuole e questo interessa un po’ tutti! Se l’obiettivo è ben raggiunto migliorano anche le qualità relazionali, la percezione, la stima di tutte quelle persone che si sottopongono ad un intervento di chirurgia plastica.

    Ma tralasciando il fatto che oggi si ricorre facilmente alla chirurgia plastica per “rendersi giovani quasi immortali”, nel caso della transessualità la cosa è un po’ diversa. Innanzitutto deve essere chiara l’idea che anche dopo l’operazione non si raggiungerà mai lo stato di “vere donne o veri uomini”[72]. Definire queste persone come neo-donne o neo-uomini, è un modo per non emarginarli e disprezzarli e per consentirgli di vivere una vita serena nel nuovo sesso, fare in modo che si sentano inseriti a pieno in una categoria sessuale.

    Salvini, uno dei chirurghi più famosi esperto nelle operazioni di cambiamento del sesso, ha affermato in un’ intervista: "il transessuale cosciente del fatto che non sarà mai vero uomo o vera donna, non chiederebbe più di farsi operare, ma si accetterebbe per quel che è. La persona che vive questo problema non accettandosi, di conseguenza si autoemargina e focalizza la sua attenzione sulla sua condizione, perdendo di vista le potenzialità che possiede o potrebbe possedere per perseguire un’immagine di donna perfetta!"[73]

    Per questo la chirurgia plastica è l’ultimo passo faticoso del percorso transessuale, dove è assolutamente necessario che chirurghi e pazienti dialoghino, al fine di spiegare, capire perfettamente quali sono gli aspetti a cui si va incontro con un’operazione delicata ai genitali, quali sono i rischi e le complicanze derivanti da tutto ciò.

L’iter terapeutico che viene seguito dall’equipe disciplinare è costituita da professionisti specializzati che devono garantire il risultato ottimale con pochi rischi di effetti collaterali; poichè non è un percorso semplice, bisogna evitare il rischio di sottovalutazione dell'intervento.

Esistono criteri, stabiliti negli anni 90’ nei protocolli medici per il trattamento del DIG, che indicano la selezione dei soggetti che possono essere sottoposti alla RCS e soggetti a cui viene negato.

 

Criteri per selezionare transessuali per la RCS:

Criteri di esclusione dei transessuali che desiderano la RCS:

 

IL TEST DELLA VITA REALE.

Rappresenta un parametro di valutazione che più di tutti gli altri, aiuta a comprendere la capacità del soggetto di vivere nello stesso modo del sesso che si desidera.

Questo significa che il transessuale, per un periodo di almeno 12 mesi vive assumendo il ruolo del sesso desiderato, anche con gli abbigliamenti.

Se il soggetto si rifiuta non verrà di conseguenza sottoposto alla RCS. Infatti questo test oltre a valutare la posizione del soggetto, valuta anche reazioni familiari, come il soggetto reagisce a comportamenti che assumeappunto, la famiglia. Una situazione favorevole del test avviene quando si crea una accettazione inizialmente nel mondo della famiglia, poi ad allargarsi a parenti, amici e colleghi di lavoro; a volte è accaduto che proprio il test, ha convinto genitori o parenti sulle scelte del transessuale, non più visto come deviato; tuttavis non si deve assolutamente nascondere che a seguito di situazioni negative, il test ha portato anche un cambio di residenza del trans.

Nel momento in cui viene a mancare l’aiuto della famiglia, per motivi di rifiuto, di mancanza di disponibilità o altro, il supporto può essere dato anche da una comunità che con il suo ruolo di riproduzione di una realtà “simbolica” familiare, può sostituire il proprio nucleo, riproducendo degli delle relazioni affettive e di sostegno simili a quelle di una vera famiglia.[75]

 

Gli effetti di questi test di vita reale non sempre hanno avuto esiti positivi, anche nei trans più predisposti all’operazione; in certi casi provocano scompensi psicologici con delle crisi sulle loro certezze nella RCS. Naturalmente questo spinge a rivalutare ancora una volta la scelta che si è presi, proprio perché una volta presa una strada non si può tornare più indietro. Affinché la scelta sia fatta responsabilmente, ecco dunque l’importanza della psicoterapia per chiarire e ristrutturare l’identità personale. In questo anche un lavoro retribuito è utile proprio per valutare il rapporto esistente o meno tra soggetto che affronta il test di vita reale e resto della società.[76]

 

In conclusione le disposizioni legislative del 1982 e la proposta legislativa del 2002, insieme all’equipe medica nella RCS, hanno come scopo la tutela del transessuale e della società stessa; a livello legale, credo ci sia bisogno di diversi chiarimenti sulla modifica del nome, o forse c’è bisogno di “strade” più corte e meno umilianti per conseguire il SOLO cambio all’anagrafe.

 

Nel campo medico invece va posta tutta l’attenzione possibile allo scopo soprattutto di valutare i “limiti della transessualità”: l’operazione di riconversione del sesso deve essere l’ultimo stadio del percorso che si compie, dopo naturalmente il ricorso a colloqui su colloqui, fatti con gli specialisti della medicina.

Quello che non dovrebbe mai accadere è che il chirurgo usi il suo mestiere per smerciare “nuove donne” o “nuovi uomini” senza un percorso fatto di trattamenti ormonali o test della vita reale; mai dovrebbe accadere che ricchi e sfortunati transessuali arrivino ad un colloquio con una autodiagnosi precisa e rigida, e che il chirurgo non informi il paziente su tutto il percorso necessario da svolgere. È chiaro che così si finisce per non tutelare nessuno: ne il transessuale, ne la società.

Ma nonostante una legge che ha lo scopo di tutelare la transessualità e nonostante l’attenzione dell’iter diagnostico terapeutico, non si eliminano di certo le difficoltà sociali dovute al cambiamento corporeo e allo status che risulta incerto, a causa di quelle lacune tra l’identità anagrafica dei vecchi documenti e il nuovo nome che si è scelti per presentarsi al resto della società. Da qui ne risultano delle “strategie”[77] (che vengono spesso utilizzate dai transessuali) su come poter scrivere il nome: per esempio, scrivere l’iniziale puntata del nome; cosa che inizialmente potrebbe andare bene ma di certo non risolve il problema.

 

L’appartenenza ad un sesso congruente con l’identità di genere risulta normalmente facile, ma per il transessuale è un percorso ad ostacoli, in cui è difficile arrivare ad un traguardo, se non addirittura impossibile.

La discriminazione e stigmatizzazione sociale e istituzionale sono ostacoli al cambiamento del genere sessuale, oltre al fatto che l’appartenenza ad un sesso è la base di un’identità sociale, per cui si è puniti se proprio quel senso di appartenenza viene a mancare.

“Una persona senza un sesso di riferimento è una persona senza nazionalità”.[78]

 

 

(su)

 


CAP. 5: VERSO UNA SOCIETA’ PIU’ TOLLERANTE

 

Volgendo uno sguardo sull’ultimo mezzo secolo, ci accorgiamo che sia gay, sia lesbiche, sia transessuali hanno uno stile di vita che con le persone eterosessuali ha poco e nello stesso tempo tanto a che vedere.

Nonostante frequentino scuole simili a quelle dei “normali”, svolgono stessi lavori (quando gli è permesso), ascoltano la stessa musica, guardano gli stessi film, omosessuali e anche transessuali si sono dovuti e voluti creare istituzioni sociali esclusive, solo per la loro cerchia.

Gli omosessuali soprattutto, hanno raggiunto un certo grado di accettazione, grazie anche a luoghi e locali che dagli anni 70’ in poi sono nati proprio per consentire anche a loro la vita sociale; d’altra parte i transessuali non hanno mai considerato l’omosessualità come nemica, anzi al contrario si può dire che negli ultimi anni hanno “viaggiato insieme”, non per quel che riguarda le loro problematiche, abbastanza differenti, ma per la “scena” sociale che hanno tentato di acquistarsi pian piano, attraverso i locali, i movimenti e le associazioni e il gay pride: l’orgoglio omosessuale e transessuale.

 

Tra gli SPAZI rivolti a gay e lesbiche e transessualisi distinguono tre tipologie:

Per quel che riguarda la cultura ed il suo consumo nel mondo degli omosessuali e transessuali, importanti e storici sono i periodici: “Fuori” e il mensile di cultura: “Babilonia”, da cui poi ne sono scaturiti altri meno importanti, ma non per questo meno venduti.

 

 

LE ASSOCIAZIONI , I MOVIMENTI.

La popolazione transessuale si è organizzata in associazioni e movimenti con l’obiettivo di informare e di sensibilizzare la società su queste realtà e fornire aiuto a coloro che ne hanno bisogno, anche su una consulenza medica.

Queste associazioni sono nate in seguito alle prime manifestazioni e rivolte fatte assieme alla popolazione omosessuale essa stessa soggetta, anche se in maniera più lieve, a discriminazioni ed esclusioni derlla stessa natura.

 

E' rilevante che le consultazioni politiche del 2001 hanno portato alla Camera dei deputati 2 rappresentanti delle organizzazioni omosessuali; anche se già precedentemente eran stati eletti al parlamento nazionale o nei parlamenti regionali gay dichiarati (valga per tutti l'attuale presidente della reg. Puglia, Nichi Vendola, eletto a deputato nelle liste del PCI, nell’XI legislatura), è solo dal 2001 che sono entrati in parlamento deputati diretta espressione delle organizzazioni omosessuali.

 

La storia delle associazioni omosessuali inizia intorno agli anni 70’ con “Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano” (da qui poi il periodico culturale) che fece il suo debutto in società con la presenza di gruppi informali nati a Roma, Milano e Torino.

Un'altra fra le organizzazioni storiche è l’ARCIGAY, nata a metà degli anni 80’ e presente oggi anche nelle città del sud, quale Bari, Lecce, Messina, Palermo, Cosenza etc. Successivamente, dagli anni '90, queste organizzazioni si sono separate in circoli affiliati e sempre negli stessi anni sono sorti movimenti d’opinione omosessuale.

 

Le attività associazionistiche hanno investito diversi ambiti, anche quello religioso, creando dei gruppi religiosi cristiani, quali il "Gaudo", inentrato sulle tematiche del rapporto fra omosessualità e fede cristiana, con lo scopo di aiutare le persone omosessuali a vivere la loro fede e tentando di portare nelle chiese accettazione, o almeno riflessione, sulla condizione omsessuale.

 

Uno fra gli altri compiti basilari dell'associazionismo è quello di dare informazioni corrette e costrure cultura, sia per i diretti interessati che per tutta la società, nei confronti del contagio da virus HIV.

In materia di prevenzione primaria, diffondendo l'abitudine all'uso dei profilattici a scopo di prevenzione del contagio; nella prevenzione secondaria, diffondendo notizie sul cosa fare nel momento in cui si pensa di essere intaccati dal virus; nella prevenzione terziaria, insegnando a come comportarsi nel momento in cui si è stabilita la sieropositività.

Nel momento in cui il governo si è reso conto della problematica, sono arrivati gli investimenti e le associazioni sono riuscite ad andare avanti nel loro importantissimo lavoro: gruppi di lavoro, consulenze telefoniche, consultori, studi di psicologi, sono le reti di questi servizi.

 

Come per gli omosessuali, anche il mondo transessuale si è organizzato in associazioni che ricoprono obiettivi simili a quelli del mondo omosessuale, ovviamente con maggiore attenzione ai percorsi medico-chirurgici sulla delicata questione dell’identità di genere e del percorso che bisogna fare per raggiungere l’identità desiderata.

Qui di seguito una breve review delle organizzazioni attive.

 

M.I.T (MOVIMENTO di IDENTITA' TRANSESSUALE)

La prima e storica associazione del mondo transessuale è il M.I.T. che nasce con il nome di Movimento Italiano Transessuale nel 1982, in concomitanza con la legge 164 che permette il cambio del sesso, attraverso le battaglie e rivendicazione dei transessuali sui loro diritti, ottenuta anche con manifestazioni e proteste che riunirono in un movimento originale le transessuali di tutta Italia.

Il MIT non ha un’unica sede ma è diramata in diverse città: Bologna, Firenze, Torino, Milano; si è diversificato, per linee programmatiche, obiettivi e scelte politiche e pian piano hanno dato il via al “richiestissimo” processo di liberazione e di emancipazione di queste persone che ancora oggi è in corso.

 

Inizialmente come associazione si è occupata del disagio di persone transessuali oppresse ed emarginate dai diritti e dignità calpestata a cui mei fatti non resta altro che alimentare il mercato della prostituzione. Prima della legge 164/82, era normale nei confronti delle persone transessuali la limitazione delle libertà personali, la sorveglianza speciale, il domicilio coatto, il confinio o l'ospedale psichiatrico..

 

Il MIT di Bologna comiciò ad operare dopo il 1985, dietro la spinta dell’attuale Presidente: Marcella di Folco, nonché vicepresidente dell’Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere, grazie anche all’impegno di alcune trans che nel corso degli anni sono riuscite a costruire delle strutture nonostante occhi indiscreti del resto della popolazione.

 

Nel 1993 il comune di Bologna diede uno stabile dedicato esclusivamente all’associazione da utilizzare come centro di coordinamento e sede di uno dei primi consultori che si occupasse di queste problematiche.

Da una politica interessata primariamente alla difesa dei diritti e della dignità, altri obiettivi sono stati le politiche di progettazione, con l’attivazione di risorse e offerta agli utenti di iniziative che interessavano transessuali, omosessuali ed anche eterosessuali. Infatti al MIT, si rivolgono non solo i trans ma anche chi è interessato a questioni inerenti la sessualità e le sue problematiche: quindi ricercatori, giornalisti, studenti laureandi; oltre che essere a disposizione di enti e istituzioni: università, ministeri, comuni, servizi sociali etc..

Ultimamente si è poi deciso di cambiare il nome dell’associazione sostituendo la parola “Italiano” con “Identità”, recependo il fatto che l'attività del MIT non è rivolta ai soli confini nazionali, accomunando l’esperienza a quella di altri paesi.

 

Il MIT è fattivamente impegnato nella battaglia della "piccola soluzione", che permetterebbe alle persone transessuali di cambiare il nome, scegliendo uno più consono alla percezione di se, senza giungere per forza all’intervento chirurgico; soluzione attiva in molti paesi europei (Germania, Olanda, Belgio, ecc) ma in Italia allo stato di sola proposta di legge.

 

l’ ARCITRANS.

È un’associazione che trae ispirazione dall’articolo 12 della costituzione: “La libertà personale è inviolabile” e che si riconosce negli ideali spesso disattesi dell’articolo 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità di sesso, razza, lingua, religione, opinione politiche, CONDIZIONI PERSONALI.

L’ Arcitrans è un’associazione che si impegna per l’affermazione del diritto all’identità personale di quelli si riconoscono transessuali, transgender.

 

Traendo dallo statuto dell'associazione:

  1. collettivi, circoli, club organizzati in forma autogestita e a statuto democratico;

  2. come soci individuali ordinari;

  3. come soci onorari tutte le persone fisiche ai quali il consiglio deliberi di attribuire tale qualifica, in considerazione di meriti.

 

il GAY PRIDE

Anche se quasi tutta la popolazione sa cos’è il Gay Pride, è probabile che ne ignori i motivi scatenanti.

Il Gay Pride è certamente "visibile": viene talvonta detto come una marcia “carnevalesca” sull’omosessualità e sul transessualismo, tanto divertente quanto al limite del ridicolo (direbbe qualcuno!).

In realtà l’orgoglio omosessuale e transessuale nasce negli stati uniti con rivolta agli innumerevoli raid di polizia nei locali e bare aomosessuali. L'ultimo, il 29 giugno del 1969 all'nterno del bar "Stonewall", fu più violento e repressivo del solito; la scintilla scoppia quando una transgeder, Sylvia Rivera, reagisce ferendo con una bottiglia un poliziotto.

La rivolta scoppia in tutta la comunità gay e trans americana e da allora è ricordata ogni anno con il Gay Pride.

 

In Italia, il movimento scaturì nel 1972 dalle proteste per un convegno sulla sessualità organizzato dal CIS (Centri Italiano di Sessulogia) a San Remo sul tema delle "deviazioni sessuali".

Nel congresso venivano propste "terapie di guargione" della devianza sessuale a base di elettroshock o di interventi chirurgici con lo scopo di produrre lesioni mirate nel cervello (Reder); interventi coattivi di tipo dissuasorio ("terapia dell'avversione" di Feldmann); uso prolungato dell'ipnosi (Gonzaga).

 

Al congresso, i rilevanza internazionale, decise di reagire il Fronte Unitario Omosessuali Rivoluzionari Italiani (FUORI), chiamando a raccolta anche i militanti di altri paesi europei, ed iscrivendo ai lavori anche Angelo Pezzana, presidente del FUORI, che dichiarò: “sono un diverso e sono felice di esserlo” davanti ai congressisti sbigottiti.

Parlarono anche altri militanti omosessuali, l'organizzazone del congresso, per ricondurre l'"ordine", fece intervenire la polizia e alla fine i lavori furono interrotti alla terza giornata sulle quattro previste.

Quella fu la prima volta che l’omosessualità lottava a viso scoperto, con rabbia e orgoglio, e l'evento rimase memorabile.

 

A dispetto da quanto dichiarato nel 1973 nel testo “Educazione alla sessualità”, secondo cui “sul tema delle deviazioni sessuali, si è promosso un congresso di sessuologia che avuto enorme successo, svoltosi a san Remo nel 1972”, il congresso fu un fallimento e quella data segnò la nascita del Gay Pride italiano.

 

Nella rivista del FUORI, ci fu un articolo interessante: “siamo usciti fuori ma ad una condizione fondamentale: con la pretesa di essere noi stessi, con le volontà di ritrovare le nostre identità… e di colpo, senza soluzioni intermedie, senza verifiche riformiste, abbiamo scoperto in noi il diritto alla vita, che è prima di tutto il diritto al nostro corpo.”

 

Circa 30 anni fa è cominciata la storia degli omosessuali, quella dei transessuali si deve circa un decennio dopo, uniti con i primi, per l’orgoglio di essere (almeno per un giorno) felici delle loro scelte, per dimostrare agli altri (ma forse più a se stessi) la propria sessualità, senza nascondersi dietro a pregiudizi di una normalità che è solo apparenza.

Dal quel giorno, ogni anno il Gay Pride tocca con le sue tappe, le città italiane ed europee, sfilando con una marcia “provocatrice” davanti agli occhi sbigottiti della gente normale, di gente che per non vedere cosa accade nelle proprie città, si chiude in casa pensando così di eliminare il problema.

Sempre sulla rivista FUORI ultimamente è apparso un articolocon su scritto: “ A tutti i compagni omosessuali e transessuali, che hanno ancora dubbi, paure, incertezze, diciamo: esci fuori! Il rischio è molto spesso immaginario, ma se anche fosse reale, non importa. Ad un passo c’è la vita.”

 

 

L’ESPERIENZA DELL’ UNIVERSITA’ DI TORINO.

L'università di Torino ha condotto nel 2001 una ricerca sociologica sul mondo omosessuale e transessuale; la ricerca è stata coordinata da Alessandro Casiccia e Chiara Saraceno per il
Dipartimento di Scienze Sociali dell'Università di Torino è stata realizzata con il contributo del Comune di Torino, assesorarto all’istruzione e alle pari opportunità, guidato da Paola Pozzi, commissionata su richiesta del Coordinamento Gay, Lesbiche, Transessuali Torinese.

 

I risultati della ricerca sono stati presentati in un cinvegno tenutosi a Torino nel febbraio 2002.

Una delle principali evidenze della ricerca è che alcuni omosessuali e transessuali vivono una vita non molto tranquilla, per il semplice motivo che non hanno ancora accettato la propria “anormalità”, oppure hanno dovuto attraversare strade difficili prima di poterla accettare.

Secondo Chiara Saraceno i modelli di omosessualità sono cambiati e si sono divesificati nel corso degli anni per rappresentare insieme pratiche sessuali, modalità del rapporto e profili di identità.

 

Durante il lavoro di ricerca si sono analizzati ed ampliati quegli elementi caratteristici che hanno consentito a Barbagli e Colombo di definire gli “omosessuali moderni”: nel processo di definizione del se, questi omosessuali, a differenza del passato, operano un distacco tra orientamento sessuale e identità di genere, nel senso che, come già detto nei capitoli precedenti, un uomo che è attratto da un altro uomo non definisce il proprio se “femminile”, o una donna attratta da un’altra donna non assume dei comportamenti “mascolini” (cosa che invece accade ed è specifica del mondo transessuale FTM e MTF), infatti gli omosessuali contemporanei tendono ad assumere comportamenti e desideri tipici dell’eterosessualità: esempio sono i matrimoni omosessuali tanto desiderati quanto contrastati.[81]

 

LA RICERCA.

La ricerca nasce con obiettivi precisi: favorire lo scambio libero da pregiudizi in un clima sociale di rispetto reciproco tra i cittadini; fornire uno strumento di conoscenza e di ascolto, dando indicazioni utili per le responsabilità della politica in questo campo. Infatti la politica dovrebbe essere un modo con il quale soggetti collettivi offrono delle risposte ai bisogni che la società esprime.

Quindi il risultato e l’impegno messo in questa ricerca porta a riflettere (non solo nel comune di Torino), sulla capacità di riconoscersi come persona e conoscere gli altri, ci porta ad interrogarci sul senso di “libertà edi diritto” anche quando è necessario abbattere gli stereotipi, per una conoscenza degli altri a 360° gradi.[82]

 

Le esperienze di omosessuali e transessuali sono state indagate con tre strumenti di rilevazione dei dati diversificati:

- una survey con un campione di più di 500 gay e lesbiche (è la prima ricerca ad averne un campione equilibrato)

- interviste in profondità, anche a persone transessuali.

- focus group per la rilevazione delle rappresentazioni e atteggiamenti su queste esperienze in ambiti particolarmente rilevanti per la loro definizione sociale

 

La survey quantitativa prevedeva una procedura di campionamento basata sulla presenza degli intervistatori nei luoghi tipici del mondo omosessuale-transessuale; inoltre l’ utilizzo delle reti personali degli intervistatori e delle persone coinvolte nelle associazioni; la distribuzione di un invito per partecipare alla ricerca.

Il questionario utilizzato, affrontava diversi ambiti di vita (la famiglia, il lavoro, momenti di socialità, la sessualità, la vita affettiva, la relazione di coppia) ed è stato costruito in modo tale de essere compilato direttamente dal soggetto, davanti all’intervistatore; successivamente, in base al risultato dei questionari si sono costruiti, con diverse modalità, gli indici.

 

Le interviste in profondità sono state condotte su un campione più ristretto di persone, fra queste i transessuali sono stati contattati attraverso gli esperti che si occupano dei loro percorsi di cambiamento e attraverso l’Arcitrans.

 

I focus groups sono stati utilizzati con lo scopo di individuare degli atteggiamenti nei confronti dell’omosessualità e della transessualità presente nei luoghi rilevanti per la definizione di questa esperienza, infatti con l’interazione tra partecipanti e ricercatori si colgono aspetti importanti e controversi per osservare come i punti di vista sono razionalizzati e difesi (Frith, 2000).

Il focus grup aveva la durata di circa 2 ore con un gruppo di circa 6/7 persone, coinvolgendo diverse professionalità nell’ambito della formazione: con insegnante, educatore, sacerdote; nell’ambito socio-sanitario: con medico, operatore di comunità, assistente sociale; nell’ambito del lavoro: con imprenditore, sindacalista, consulenti; produzione culturale: giornalista, consulente editoriale, operatore culturale.

Per i transessuali si sono anche intervistati psicosessuologi, psichiatri, giudici, avvocati, endocrinologi.[83]

 

Le interviste dei focus grous hanno portato al riconoscimento da parte dei partecipanti non omosessuali o transessuali dell’ illegittimità dell’uso dei giudizi dispregiativi, oltre che un grado buono di accettazione personale del fenomeno omosessuale e transessuale. Questo è certamente un buon risultato, malgrado i fenomeni di discriminazione e atteggiamenti di omofobia, segnalano che la strada è ancora lunga per l’accettazione totale del fenomeno.

 

LE INIZIATIVE PER LA TOLLERANZA.

Le caratteristiche favorevoli che si sono avviati nel contesto torinese, hanno favorito le iniziative di sensibilizzazione promosse dalla società civile, con l’obiettivo di crescita e responsabilità del singolo cittadino e la creazione di spazi per la sorveglianza e la repressione di atti discriminatori e violenza, incentivando interventi normativi.

Infatti sono nati dei consultori che collaborano con gli istituti scolastici, offrendo spazi neutri in cui bambini e adolescenti possono formulare tutte le domande, anche solo peruna semplice conoscenza del fenomeno omosessuale e transessuale. Purtroppo queste collaborazioni sono molto limitate oltre ad essere non finanziate, frutto perciò di volontari provenienti anche da associazioni.

 

Un lavoro di grande aiuto è rappresentato dall’ “osservatorio sulla discriminazione”, promosso sempre dal comune torinese, ha come obiettivo quello di produrre del materiale per gli istituti scolastici per favorire così una riflessione sui temi dell’identità di genere, lavorando con insegnanti e genitori. Il problema che viene fuori nel trattare il transessuale è rappresentato dai suoi documenti ufficiali, che non corrispondono a ciò che loro sentono di essere, perciò si è pensato di dare la possibilità ai transessuali di usufruire di documenti provvisori, o definitivi per chi è convinto di arrivare all’operazione di conversione sessuale.

Si potrebbe infatti accettare che sul documento d’identità venga assegnata l’appartenenza del sesso a cui si vuol arrivare. Si comprende benissimo che sembrerebbe una soluzione che non ha la basi per essere costruita, perchè vince ancora la discriminazione anche da parte delle istituzioni; ma dall’altra parte, in questo modo si eviterebbe che i/le trans vivano nell’illegalità, o peggio, considerati come clandestini.

Per queste ragioni l’università di Torino, su richiesta del Comitato per le Pari Opportunità fornisce ai suoi studenti, che sono in fase di trasformazione del genere, il tesserino universitario che riporta il sesso e l’apparenza fisica; tutto questo è stato studiato con lo scopo di evitare delle situazioni e domande imbarazzanti sulla propria identità e consentire di completare il percorso di cambiamento sessuale con minore frustrazioneall’interno dell’università.

 

 

CONCLUSIONE

Il lavoro termina qui.

Come già accennato nell’introduzione, la ricerca sopra analizzata ha svolto un compito difficile: quello osservare e studiare quali sono le reazioni degli stereotipi interiorizzati dalla gente; questo è emerso grazie alle interviste e questionari volti agli omosessuali e transessuali sulla diffficoltà di relazionarsi con gli altri, quanto e come il coming out e la terapia ormonale modificano i rapporti con gli altri:con i familiari, gli amici, gli insegnanti, i conoscenti, i colleghi, i dottori, i datori di lavoro.

 

La ricerca era limitata al contesto torinese; un simile tipo di indagine, fatta al sud, porterebbe risultati importanti a livello di stereotipi e stigmi compresi.

Nl sud-Italia il trinomio TRANSESSUALISMO-PROSTITUZIONE-DEVIANZA continua a mantenersi stabile, impossibile da spezzare e condizionante l’intera vita del trans.

Comunità dove ancora vige il pettegolezzo, che indirettamente costringono l’individuo a coordinare la propria vita, non come lui preferirebbe, ma come predilige la gente , altrimenti: “cosa direbbero gli altri?” Queste sono le realtà delle piccole comunità, che costringono il trans a scappare dai paesi, perché troppi sono i dispiaceri dei genitori, troppa è la vergogna verso gli altri, troppe le discriminazioni: in questi luoghi si è prostitute pur senza esercitare la professione, si è devianti pur rispettando le leggi,etc.

 

L’idea che però accomuna un po’ tutti è che l’intero mondo trans è inserito in una sub-cultura; come direbbe Goffman una sotto-comunità: “…e la loro vita collettiva considerata una comunità deviante. Le prostitute, i drogati, i delinquenti, i criminali, i suonatori di jazz, i vagabondi, gli straccioni, i giocatori, gli omosessuali. Si tratta di gente che viene considerata parte di un gruppo, che nega globalmente l’ordine sociale. Percepiti come gente che non vuole approfittare delle opportunità reali per migliorare la propria condizione in attività socialmente approvate…,che non ha rispetto per nulla e che è il simbolo del fallimento riguardo alle aspettative stereotipiche della società”[84]. Accade poi che del canto suo: “lo stigmatizzato deve anche subire l’insulto di sapere che la sua situazione è evidente, che tutti sono in grado di penetrare l’essenza della sua disgrazia…[85].

 

Il prolungamento della devianza e delle sue carriere porta l’aggiunta di un quarto lemma termine al trinomio: DELINQUENZA; o per spiegarla meglio, l’acquisizione di un’identità delinquente a causa del comportamento deviante.

Per questo, il rischio che si corre, è che la prostituzione non venga intrapresa SOLO perché è unica fonte di guadagno, ma perchè riconoscendosi nella personalità delinquente, la vendita del corpo diventa espressione di tale personalità, cioè alla pari di un rapinatore, spacciatore, truffatore, etc.

Proprio Lemert diceva che uno dei modi con cui rispondere allo stigma, è assumere gli atteggiamenti/comportamenti che provano e rafforzano lo stigma stesso!

 

Resta il fatto che il desiderio primario di ogni transessuale è quello di poter vivere alla luce del sole la propria personalità, essere accettato dalla comunità per quel che è.

Per questo gli ostacoli da abbattere sono diversi. Un nodo principale è rappresentato dalla difficoltà di giungere all’intervento chirurgico, il cui costo è elevato e costringe il soggetto a prostituirsi se non è aiutato economicamente dalla famiglia; le operazioni fatte negli ospedali pubblici sono poche, oltre ad avere una lista di attesa lunghissima.

A questo si deve aggiungere che la legislazione che si occupa dei transessuali, non prevede l’assistenza psicologia pre e post-operatoria e tantomeno non prevede strutture per “il test di vita reale”; attualmente predisposto e offerto dalle comunità, con iniziative volontaristiche.

 

In alcune strutture pubbliche l’approvazione all’operazione chirurgica non avviene dopo il “test della vita reale”, ma dopo la partecipazione di 2 anni ad un gruppo di “riflessione”.

Riteniamo che sia un metodo sbagliato, perché il transessuale avendo come scopo principale l’operazione chirurgica, parteciperà a questi gruppi perchè imposto e non per scelta personale. In tale condizione, che tipo di riflessione è possibile?

L’obiettivo della valutazione personale è quello di giungere all’intervento chirurgico responsabilmente; considerare il cambiamento chirurgico come una scelta libera (in base ai propri valori) e responsabile, cosicché si assuma i rischi di una società discriminante. Per questo sono utili strutture che permettono il “test di vita reale”: proprio perché il vivere nel ruolo del sesso opposto offre la possibilità di fare una sincera e profonda riflessione e capire se è il caso o meno di giungere all’operazione chirurgica.

 

Ma dell’altra parte c’è anche la società. Essa dovrebbe cercare, per quanto possa riuscirci, di comprendere che la transessualità non rientra in una forma di perversione, non è una malattia mentale o una psicosi; ricordiamo infatti la psicoterapia sul trans non porta a nessun risultato - anche se si tende a dimenticarlo!

 

Tutte le persone transessuali da sempre subiscono (in famiglia, nelle scuole, etc) umiliazioni, discriminazioni, abusi fisici o verbali a causa della loro identità di genere. Aanche gli Stati sono complici di queste azioni discriminanti; ciò è dimostrato dai documenti e indagini prodotti da Amnesty International: in 80 Paesi del mondo gay, lesbiche, transessuali sono vittime di violenze, aggressioni, torture e costrette a cure mediche fasulle che dovrebbero avere il fine di curare la loro “malattia”. Per non dimenticare il ruolo della chiesa secondo cui, avendo come idea centrale la famiglia e l’eterosessualità, ogni altra forma d’identità sessuale è considerata contronatura.

Non è ciò una violazione di diritti vera e propria?

 

Concordiamo con lo psicologo Taurino nell’affermare “la gravità di queste violazioni richiede un immediato intervento e una strategia sociale e culturale che si orientiverso la considerazione che il riconoscimento e la garanzia dei dei diritti della soggettività..chiami in causa il campo legislativo-politico.[86]

Sono necessari nuovi provvedimenti che mirino al superamento delle barriere culturali e che permettano alla gente la libertà di scegliere del proprio agire, secondo le proprie responsabilità e avendo sempre rispetto dell’altro; perciò i nostri comportamenti devono essere disciplinati e puniti non da falsi stereotipi, ma dalle vere leggi, come la Costituzione e leggi civili che assolvano l' obiettivo dela parità dei diritti e l’uguaglianza e il RISPETTO dei cittadini.

Il sistema legislativo deve anche tener conto dei diritti sessuali della persona e considerarlo alla pari di un diritto alla vita; è qui che bisogna puntare se si vuole fare la vera rivoluzione culturale

Nella carta dei diritti sessuali emanata a Valencia, (come già descritto nel capitolo 4), un punto importante è rappresentato dal diritto all’educazione sessuale integrale, riferendosi ad una “educazione permanente” coinvolgente le diverse situazioni sociali.

Ecco perché è importante che nella scuola venga approfondita l’educazione sessuale, non limitandosi allo studio della procreazione, ma approfondendo (o almeno definendo) i termini quali omosessualità e transessualismo. Se questo non verrà mai fatto, continueremo a far crescere bambini e ragazzi nell’ignoranza di queste forme d’identità; tali da renderle sempre più ridicole se sono a noi estranee e più sofferenti se si vivono in prima persona, continuando così, a rafforzare quegli stereotipi e quei tabù sulla sessualità.

Mi rendo conto che è abbastanza difficile (oltre che provocatorio), ma bisogna combattere quei sistemi culturali che non permettono di vedere che dietro uno stigma, c’è gente con una propria personalità, che con fatica rivendica la libertà di essere se stessi, di esprimere, con libertà e responsabilità, la loro identità sessuale.

 

 

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BIBLIORAFIA

 

 

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Note Bibiliografiche al testo

  1. Goffman E. , Stigma, l’identità negata, Ombre corte, Roma 2003, pag. 23 (indietro)
  2. Bertone, Casiccia, Saraceno, Torrioni, Diversi da chi?, gay, lesbiche, transessuali in un area metropolitana, Guerini e associati, Torino2003, pag. 42 (indietro)
  3. Ibidem, pag. 220 (indietro)
  4. Benjamin H. Il fenomeno transessuale,Astrolabio, Roma 1968, pag. 57 (indietro)
  5. Cfr, Taurino, Psicologia della differenza di genere, CarocciRoma 2005, pag. 18 (indietro)
  6. Ibidem, pag. 19 (indietro)
  7. Cfr, Verde, Graziottin,L’enigma dell’identità, il transessualismo, gruppo abele, Firenze 1991, pag. 62 (indietro)
  8. Cfr, ibidem, pag. 83 (indietro)
  9. Ibidem, pag. 147 (indietro)
  10. Benjamin H, Il fenomeno…op cit., pag. 38 (indietro)
  11. ibidem (indietro)
  12. Cfr, ibidem, pag. 45 (indietro)
  13. Cfr, Taurino, Psicologia della differenza di genere, Carocci, Roma 2005 pag. 96 (indietro)
  14. Cfr, Verde, Graziottin, L’enigma dell’identità,…op. cit., pag. 17 (indietro)
  15. Cfr, Taurino, Psicologia delle differenze di genere, Carocci, Roma 2005, pag. 108 (indietro)
  16. Benjamin H., Il fenomeno transessuale,Astrolabio, Roma1968, pag. 184 (indietro)
  17. Cfr ibidem, pag. 185 (indietro)
  18. Cfr Barbagli, Colombo, Omosessuali moderni, gay e lesbiche in Italia,Il mulino, Bologna 2001 pagg. 262-264 (indietro)
  19. Cfr Saccà, La società sessuale, il controllo sociale della sessualità,Franco Angeli, pag. 35 (indietro)
  20. Cfr ibidem, pag. 39 (indietro)
  21. Cfr Villano P. Pregiudizi e stereotipi, Carocci, Roma 2002, pag. 10 (indietro)
  22. Ibidem, pag. 11 (indietro)
  23. Cfr Arcuri, Gli stereotipi,Il mulino, Bologna2005, pag. 31 (indietro)
  24. Cfr Villani P. Pregiudizi e stereotipi,Carocci, Roma 2002 pag. 14 (indietro)
  25. Cfr ibidem pag. 17 (indietro)
  26. Arcuri, Gli stereotipi,Il mulino, Bologna 2005, pag. 57 (indietro)
  27. Cfr Villani P. Stereotipi e …,op. cit., pag. 24 (indietro)
  28. Cfr Villani P. Pregiudizi e …op. cit., pag. 30 (indietro)
  29. Cfr Verde, Graziottin, L’enigma dell’identità, il transessualismo, gruppo Abele, Firenze 1991, pag. 8 (indietro)
  30. Goffman E., Stigma, l’identità negata, Ombre corte, Roma 2003, pag. 12 (indietro)
  31. Ibidem, pag. 12 (indietro)
  32. Ibidem, pag. 15 (indietro)
  33. Ibidem, pag. 42 (indietro)
  34. Ibidem, pag. 43 (indietro)
  35. Villani P., pregiudizi e stereotipi,. Carocci, Roma 2002, pag. 91 (indietro)
  36. Cfr Arcuri, Gli stereotipi, Il mulino, Bologna 2005, pag. 39 (indietro)
  37. Cfr ibidem, pag. 148 (indietro)
  38. Cfr Bertone, Casiccia, Saraceno, Torrioni, Diversi da chi? Gay, lesbiche e transessuali in un area metropolitana, Guerini e associati, Torino 2003, pag. 187 (indietro)
  39. Cfr Lemert, Devianza,problemi sociali, controllo, edit. Giuffrè Milano, 1981, pag. 90 (indietro)
  40. ibidem (indietro)
  41. Ibidem, pagg. 92-95 (indietro)
  42. Cfr Lemert, Devianza, problemi sociali, controllo,Giuffrè, Milano 1981, pag17 (indietro)
  43. Ibidem, pagg. 18-19 (indietro)
  44. Ibidem, pag. 13 (indietro)
  45. Lemert, Problemi sociali…op. cit., pag. 17 (indietro)
  46. Merton, Teoria e struttura sociale, Il mulino, Bologna, 1966, pag. 210 (indietro)
  47. Cfr Lemert, devianza, problemi sociali, controllo, Giuffrè, Milano 1981, pag. 64 (indietro)
  48. Ibidem, pag. 66 (indietro)
  49. Goffman E., Stigma, l’identità negata, Ombre corte, Roma 2003, pag. 177 (indietro)
  50. Lemert, Devianza, problemi sociali…op. cit., pagg. 52-54 (indietro)
  51. Bertone,Casiccia, Saraceno, Torrioni, Diversi da chi?, gay, lesbiche, transessuali in un’area metropolitana,Guerini e associati, Torino 2003, pag. 225 (indietro)
  52. Ibidem, pag. 229 (indietro)
  53. Ibidem, pag. 234 (indietro)
  54. Bertone, Casiccia, Saraceno, Torrioni, Diversi da chi?... op. cit., pag. 211 (indietro)
  55. ibidem, pag. 198 (indietro)
  56. Cfr Verde, Graziottin, L’enigma dell’identità,il transessualismo,Gruppo abele, Firenze 1991, pag. 137 (indietro)
  57. Cfr Taurino, Psicologia della differenza di genere, Carocci, Roma 2005, pag. 58 (indietro)
  58. Ibidem, pag. 59 (indietro)
  59. Verde, Graziottin, L’enigma dell’identità, il transessualismo, edit. Gruppo abele, 1991, Firenze, pag. 138 (indietro)
  60. David Emil Durkeim, Sociologia del suicidio, introduzione di Ciovanni Cattanei,Newton Compton,Roma 1974, pag. 65 (indietro)
  61. Cfr ibidem pag. 300 (indietro)
  62. Perlingieri, Stanzione, Problemi giuridici del transessualismo, E.S.I. Napoli, 1981, pag. 49 (indietro)
  63. Cfr Verde, Graziottin, L’enigma dell’identità, il transessualismo, Gruppo abele,Firenze 1991, pag. 140 (indietro)
  64. Taurino, Psicologia della differenza di genere, Carocci, Roma 2005, pag. 109 (indietro)
  65. Ibidem, pagg. 110-111 (indietro)
  66. Ibidem, pag. 112 (indietro)
  67. Benjamin H. Il fenomeno transessuale, Astrolabio, Roma 1968, pag. 100 (indietro)
  68. Cfr ibidem, pagg.101-103 (indietro)
  69. Cfr Verde, Graziottin, L’enigma dell’identità…op. cit., pag. 107 (indietro)
  70. Cfr ibidem, pagg. 109-111 (indietro)
  71. Ibidem, pag. 113 (indietro)
  72. Ibidem, pag. 115 (indietro)
  73. Ibidem, pag. 116 (indietro)
  74. Ibidem, pag. 130 (indietro)
  75. Barone P. Pedagogia della devianza e della marginalità, Guerini, Milano 2001. (indietro)
  76. Cfr Verde, Graziottin, L’enigma dell’identità, il transessualismo, gruppo abele, Firenze 1991,pag. 116 (indietro)
  77. Cfr Bertone, Casiccia, Saraceno, Torrioni, Diversi da chi?, gay, lesbiche, transessuali in un’area metropolitana, Guerini e associati, Torino 2003, pag. 237 (indietro)
  78. Ibidem, pag. 238 (indietro)
  79. Cfr Brbagli,Colombo, Omosessuali moderni, gay e lesbiche in Italia, Il mulino, Bologna 2001, pag. 163 (indietro)
  80. Cfr ibidem, pag. 196 (indietro)
  81. Cfr Bertone, Casiccia, Torrione, Saraceno, Diversi da chi, gay…op. cit. pagg. 13-14 (indietro)
  82. Cfr ibidem, pagg. 250-251 (indietro)
  83. Ibidem, pagg. 255-260 (indietro)
  84. Goffman E., Stigma, l’identità negata, Ombre corte, Roma, 2003, pag. 176 (indietro)
  85. Ibidem, pag. 158(indietro)
  86. Taurino, Psicologia della differenza di genere, Carocci, Milano2005,pag 113 (indietro)

 

 

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