Un corpo per l'anima

 

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di  Antonella Galli

1/12/2005

 

E' quello che cerca, coraggiosamente, chi nasce in un "involucro" che non gli appartiene: donne che si vivono come uomini, e uomini costretti a reprimere la propria femminilità - In una parola, trans -Tutte e tutti con un difficile percorso davanti per arrivare alla "normalità". Daniele Bocchetti FtM co-responsabile della sede milanese di Crisalide AzioneTrans - La giornalista Antonella Galli incontra anche Monica Romano MtF co-responsabile della sede Crisalide AzioneTrans Milano e la dottoressa Roberta Ribali psichiatra e psicoterapeuta, perito del Tribunale di Milano per le tematichie d'identità di Genere.

 

 

Perversione, devianza, prostituzione. Oppure, malattia o pazzia. Nell'opinione comune, il termine transessuale sembra non poter avere altri sinonimi che questi. Negativi e, soprattutto, inadeguati.

 

Perché non servono a descrivere una realtà dove il pregiudizio non lascia spazio alla conoscenza. Dove i tabù cancellano la possibilità di capire. E di rendersi conto che i transessuali possono essere docenti universitari e liberi professionisti, commercianti e operai.

Persone "normali". Persone che, semplicemente, hanno un corpo dove non si ritrovano, perché non appartiene alla loro vera natura. E allora, per poter essere ciò che sentono, quel corpo devono cambiarlo, per adeguarlo alla loro "anima" più profonda. Maschile o femminile che sia.

 

Gìà, perché il percorso - anche se pochi forse lo sanno - segue entrambe le direzioni. "Ci sono donne prigioniere in un corpo maschile. E uomini intrappolati in un fisico femminile", spiega Monica Romano, responsabile della sede milanese di Crisalide Azione Trans, associazione nata nel 2000, a Genova, per colmare il vuoto che da sempre circonda questa realtà. "In un modo come nell'altro, però, la transessualità porta con sé disagio e sofferenza. E' una lotta che coinvolge ogni aspetto della tua esistenza La famiglia, gli amici, il lavoro, i sentimenti. Perché anche chi ami dovrà accettare di combatterla con te. Dovrà affrontare la stessa discriminazione".

 

In Italia, i dati parlano di circa 15.000 transessuali. La cifra fa riferimento a chi si rivolge al tribunale per ottenere l'autorizzazione a intraprendere il percorso di riattribuzione. Non tiene conto, però, di una situazione più ampia dove l'età, la cultura, il livello sociale, il luogo dove si vive, diventano variabili fondamentali nella decisione di intraprendere una strada che rimanga un po' più nell'ombra. Continua Monica Romano: "Certo, rispetto al passato le cose stanno cambiando. Abbiamo lavorato molto e, sempre più spesso, in associazione arrivano genitori che hanno voglia dì capire, per aiutare i loro figli adolescenti. Resta il fatto, però, che la società è ancora chiusa nei nostri confronti. Superficiale, distaccata, ostile". Perché la "normalità" sa essere terribilmente crudele nei confronti di chi non riesce a farne parte. Di chi, coraggiosamente, cerca di uscirne. Per realizzare i propri sogni e aspettative. Per far valere il proprio diritto a essere ciò che desidera. Una persona.

 

Sono molto fiero di me" - Daniele, 33 anni, product manager. Tre anni fa ha iniziato il percorso di transizione female to male (dal femminile al maschile, n.d.r.)

“Quando ho iniziato la transizione, ho fatto un’ecografia. E ancora, chissà perché, mi aspettavo che quell’esame potesse portare alla luce quella “malformazione fisica congenita” che, da bambino, mi ero convinto di avere. Quel qualcosa che non funzionava e che nessuno riusciva a trovare ma che io, ne ero certo, si nascondeva dentro di me e provocava tutta quella confusione…”. Per parlare di sé, Daniele usa toni pacati; sapientemente mescolati, però, a una sottile vena di ironia.

Mentre racconta, sorride spesso e ti guarda diritto negli occhi. Dopo un po’, si toglie la giacca e allenta il nodo della cravatta. Le mani curate si allungano verso un pacchetto di sigarette. “Sono un po’ nervoso, per l’intervento di lunedì (un’isterectomia, per rimuovere utero e ovaie, n.d.r.). L’idea di finire sotto i ferri mi spaventa”. Poi, il ritmo delle parole si fa più intenso e lascia emergere, fra la fermezza e la necessità di una scelta compiuta da tempo, il segno di una sofferenza che porta con sé ferite ormai rimarginate ma di cui, ancora, restano le cicatrici. “Sono cresciuto in un paesino dove si giocava tutti insieme, senza distinzioni di sesso né d’età. Per i miei amici, il mio nome era semplicemente una “caratteristica”. C’era il bimbo con i capelli rossi, quello con le lentiggini e quello con le orecchie a sventola. E poi, c’ero io, il bambino “con il nome da femmina”; che, però, come tutti gli altri maschietti, giocava a calcio, correva in bici, si arrampicava sugli alberi. Io ero vagamente consapevole di alcune “ incoerenze” con ciò che sentivo di essere. All’epoca, però, non ci badavo tanto. Anche se non avere il pisellino mi sembrava strano; e il dover indossare la gonna mi metteva a disagio.

Il seno spuntò. Non capivo...

I problemi veri sono cominciati con l’adolescenza. Alle mie compagne di scuola cresceva il seno. Io pensavo: a me non succederà. E così, finalmente, gli altri si renderanno conto che sbagliano a trattarmi come una bambina. Il seno, però, spuntò. E poi, fu il momento del mestruo. Non capivo. E gli altri non capivano le mie lacrime. Pensavano fossi spaventato dall’idea di crescere, ma io piangevo perché mi vedevo diventare donna pur non sentendomi affatto tale. Il mio corpo, però, sembrava così deciso nel voler andare in quella direzione che, a un certo punto, iniziai a pensare di essere pazzo. Come spiegare, altrimenti, la mia ostinazione nel sentirmi senza ombra di dubbio un maschio nonostante quel corpo femminile? Io, però, non volevo essere pazzo. Piuttosto, meglio “fare” la femmina…

Eppure, nonostante tutti i miei sforzi, sentire e agire al femminile risultava impossibile per me e poco credibile per gli altri. E la situazione si rese insostenibile soprattutto con i primi approcci alla sessualità: la sola idea di ricevere attenzioni da un ragazzo mi metteva a disagio; ma non riuscivo nemmeno a immaginare di avvicinarmi a una ragazza, perché temevo che anche solo l’approccio avrebbe sporcato le intenzioni, detto di me una cosa che io non ero. Inaspettatamente, però, alle ragazze io piacevo. Nonostante il mio nome, la mia anatomia, istintivamente mi percepivano come un ragazzo… Per la prima volta, mi rendevo conto che, al di là delle barriere fisiche, potevo essere visto per quello che ero davvero. Ma chi ero io? Lo avevo capito, certo. Eppure, non riuscivo a parlare di me come di un transessuale. Quel termine apparteneva a un mondo lontano, indicava trasgressione, perversione…Per accettarlo ho dovuto modificarne il contenuto comunemente noto attraverso la conoscenza. E ho avuto bisogno di tempo. All’inizio, ero chiuso in me stesso. Vivevo un dramma solo mio, di cui mi vergognavo e di cui non volevo parlare con nessuno. Nemmeno con i miei. Già, i miei genitori. Non capivano; o meglio, mi osteggiavano. Penso che per loro, però, riportarmi sulla strada della “ normalità” fosse l’unico modo per proteggermi. Per loro non era facile capire; forse, non lo è nemmeno ora. So che non hanno mai smesso di amarmi; eppure, a volte, non posso fare a meno di sentirmi un po’ arrabbiato nei loro confronti; di chiedermi perché nemmeno loro abbiano saputo andare oltre... Ognuno di noi è alla perenne ricerca dell’approvazione degli altri. E se non sei approvato quando ti manifesti per ciò che senti di essere, è inevitabile che tu tenda a colpevolizzarti. Soprattutto se tutti ti fanno capire, prepotentemente, che, se tu fossi “normale”, ti accetterebbero. E allora cominci a chiederti: perché io sono così? Passi la vita a domandartelo. Finché, a un certo punto, capisci che la domanda giusta da porti è un’altra.

Sono così: e ora, che cosa faccio?

ll transessualismo non è una condizione semplice da vivere. Perché accettare ciò che succede dentro di te significa dover mettere completamente in discussione l’ambiente, la cultura nella quale sei cresciuto, l’educazione che ti è stata impartita Significa andare contro un modello di “normalità” che, seppur è la causa di tutta la tua sofferenza, resta comunque quello imperante nella società. Quello per cui l’unica cosa “ giusta” è che i maschi siano fatti in un certo modo e le femmine in un altro... Quanto coraggio ci vuole per andare contro questo modello? Non è coraggio. È una necessità.  Arriva un momento in cui ti accorgi che non puoi fare altrimenti. Perché tu, in quel modello, non ci sei mai stato. E allora, devi cambiare. Con un’altra prospettiva, però. Perché adesso non vuoi più adeguarti, a tutti i costi, a un modello, maschile o femminile che sia. Cerchi la coerenza con ciò che sei, con il tuo modo di sentirti e di essere un uomo.

Solo me stesso...

Un transessuale non è una persona che “cambia sesso”. Io sono sempre stato un uomo. Magari non nella norma, ma un uomo. Quello che ero prima lo sono anche adesso. Solo che ora gli altri mi vedono secondo i canoni della “normalità”. E allora tutto è come deve essere… I transessuali female to male sono una realtà ancora quasi del tutto sconosciuta. Siamo “invisibili”, possiamo tranquillamente mescolarci nella folla. Una persona come me, con il giusto tono di voce, la cravatta, la barba, che si dice transessuale, ha l’effetto di una bomba. Perché io sono l’esempio perfetto della “normalità”, l’esatto contrario dei pregiudizi che in genere ammorbano il termine “transessuale”. E certo tutto si può pensare di me tranne che io sia trasgressivo, malato, perverso… Eppure, quando l’immagine che gli altri avevano di me era femminile, anch’io sentivo il pregiudizio. Perché non ero “perfettamente” ciò che avrei dovuto essere… Il tempo e l’impegno sociale, la sofferenza, la lotta e la capacità di diventare sempre più consapevole di me stesso. Nella mia storia c’è tutto questo.

 

Ma ci sono anche le perizie psichiatriche. Le cure ormonali. Gli interventi. Il cambio dei documenti. Quanta importanza hanno le tappe “obbligate” di questo percorso? È difficile dirlo. Forse, meno che in passato, perché ora io sono cambiato. Sono più tranquillo, più sereno. Forse, anche un pochino più egoista… Credo che questo, però, sia legato alla transizione: sei troppo concentrato su di te, sulla tua “costruzione” come essere umano, per poterti pensare in relazione ad altri. E poi, rispetto alle ragazze, ho ancora qualche delusione da metabolizzare. Ho avuto diverse storie, anche importanti. Qualcuna è finita perché era finito l’amore. Altre, però, prima della transizione, non hanno retto all’urto delle convenzioni sociali. E mi hanno lasciato una certa diffidenza di fondo.

 

Oggi, mi sento forte a sufficienza per sorridere dell’imbarazzo che colgo sul viso di chi, aprendo i miei documenti, si ritrova davanti un nome che non mi appartiene più. Non mi vergogno più del mio corpo, non cerco più di nasconderlo. Non sento più il bisogno di essere “accettato” quasi fossi qualcosa di brutto, negativo. Sono molto fiero di me. Per questo voglio essere visto per ciò che sono. Me stesso. Nient’altro che questo. 

 

 

Parlare di noi a chi non ci conosce - Spiega Monica Romano: Seppur appartenga da sempre alla nostra storia la transessualità è “esplosa” circa 30 anni fa quando per la prima volta si è iniziato a parlare di identità di genere terapie ormonali interventi chirurgici e contemporaneamente di prostituzione transessuale” - "Crisalidi ragazze XY: storie di vita in transito sul confine di genere" è il video diretto da Federico Tinelli e fotografa emozioni paure rabbia e sogni di cinque transessuali milanesi

 

Il nostro non è un vizio né un capriccio. È un’esigenza reale, sentita.

“Crisalidi, ragazze XY: storie di vita in transito sul confine di genere”. È questo il titolo del cortometraggio realizzato da Crisalide Azione Trans e ALA Milano Onlus con il sostegno della Fondazione Cariplo. Il video, diretto dal regista Federico Tinelli, fotografa emozioni, paure, rabbia e sogni di cinque transessuali milanesi che, raccontando la loro storia quotidiana, evidenziano una realtà molto lontana dall’immagine trasgressiva in genere associata alla transessualità.

 

“Seppure appartenga da sempre alla nostra storia, la transessualità è “esplosa” circa 30 anni fa, quando, per la prima volta, si è iniziato a parlare di identità di genere, terapie ormonali, interventi chirurgici. E, contemporaneamente, di prostituzione transessuale” spiega Monica Romano. “Una strada che, per certi versi, all’epoca, era quasi obbligata per le transessuali male to female. L’unico modo per sopravvivere per chi veniva irrimediabilmente cacciata di casa, non riusciva a trovare lavoro, subiva l’ostracismo della società. Una terribile necessità che, se vogliamo essere davvero obiettivi, ha comunque incontrato una “ risposta” decisamente positiva da parte delle cosiddette persone normali…

 

Oggi, però, la lettura transessualità uguale prostituzione è anacronistica, oltre che superficiale. Si fonda su una mancanza di informazione che, purtroppo, è ancora molto diffusa. Il nostro non è un vizio né un capriccio. È un’esigenza reale, sentita. Se le persone sapessero davvero che cosa dobbiamo affrontare per arrivare a vivere serenamente, sono certa che non sarebbero ostili nei nostri confronti. L’obiettivo di questo video, allora, è proprio quello di parlare di noi a chi non ci conosce. Per indurre a riflettere, per far nascere la voglia di capire”.

 

Il processo di “riattribuzione di genere” è regolamentato dalla legge 164 del 1982, che prevede innanzi tutto una perizia psicologica per stabilire la reale necessità del cambiamento in termini di miglioramento della qualità di vita. In seguito, si inoltra richiesta al tribunale: solo un giudice, infatti, può autorizzare gli interventi chirurgici. Parallelamente, ci si sottopone alle terapie ormonali.

 

Per legge, sono obbligatori tutti gli interventi “demolitivi” per eliminare gli organi riproduttivi. Le persone male to female, inoltre, devono sottoporsi anche alla ricostruzione dell’apparato genitale femminile. Solo alla fine di questo percorso si possono modificare i propri documenti. Il cammino, però, può essere molto lungo. E costoso. Le operazioni chirurgiche sono a carico del servizio sanitario nazionale. Tutto il resto, no. Per le cure ormonali si spendono circa 50 euro al mese. Poi ci sono gli interventi estetici (rimozione della barba, ricostruzione del seno, rinoplastica …), i cui costi oscillano fra i 4 e i 9 mila euro; gli specialisti e le spese legali.

 

“L’aspetto economico ha sicuramente un grande peso. Le motivazioni che inducono a scegliere una strada più personale, però, possono essere anche altre, legate al timore di doversi sottoporre a interventi che sono ancora in fase sperimentale, per esempio, o a una consapevolezza di sé che sa andare oltre le modifiche fisiche definitive” spiega Monica Romano.

 

“All’epoca, la 164 fu una legge di grande importanza, perché, finalmente, dava legittimità all’ esistenza stessa delle persone transessuali. Oggi, però, servono modifiche fondamentali, soprattutto rispetto alla rettifica anagrafica. Anche in Italia - come già avviene in altri Paesi europei - un transessuale dovrebbe poter avere subito documenti conformi al suo modo di essere. Indipendentemente dalle scelte chirurgiche che poi, in libertà, deciderà o meno di fare”.

 

 

A colloquio con Roberta Ribali, psichiatra e psicoterapeuta, perito del Tribunale di Milano per le tematiche di identità sessuale.

 

Da dove nasce la transessualità?

Sono state fatte ipotesi legate alla situazione ormonale della madre durante la gravidanza o a eventuali traumi farmacologici risalenti sempre alla fase prenatale.

Letture psico dinamiche, invece, suppongono che, durante l’adolescenza, possano esserci state identificazioni molto forti con il sesso opposto al proprio, tali da indurre ad “attribuirsi” quell’identità.La mia esperienza, però, mi induce a pensare che, invece di voler a tutti i costi trovare una causa, bisognerebbe piuttosto accettare queste persone per come sono.

 

Ma perché ci sono così tanti pregiudizi?

Si trovano tracce della transessualità in ogni cultura antica. In passato, questo modo di vivere non aveva difficoltà a manifestarsi. Era socialmente accettato, integrato in un codice etico molto diverso dal nostro.È diventato un problema nel momento in cui la società ha scelto un percorso, fortemente influenzato dalla religione, spesso impegnato di sessuofobia, definito da regole ben precise.Regole cui, i transessuali, non possono appartenere. Proprio perché con le loro scelte scardinano quell’ordine sociale così rigido e rigoroso, ne “confondono”, almeno in apparenza, i ruoli.

 

Come si vive questa condizione?

Difficile generalizzare. Ci sono differenze che riguardano il genere d’appartenenza. Le persone female to male hanno una visibilità minore. È molto più difficile accorgersi di loro. Anche perché non hanno desiderio di esibizione. Vogliono essere accettati “al maschile”, ma in maniera quasi inosservata. Pur con tutte le difficoltà che ciò comporta, invece, per una male to female esibire il corpo diventa quasi una necessità, perché serve a verificare la propria femminilità. E ancora, molto dipende dalla personalità e dal contesto in cui si vive. Una persona sufficientemente sicura di sé, magari sostenuta dalla famiglia o dagli amici, affronta la situazione con più coraggio. Ha molta più forza nel voler raggiungere quella serenità che cerca da tutta la vita.

 

Nella realtà, però, questo quadro è ancora raro. Molto più comune, invece, è incontrare persone combattute fra sofferenza e smarrimento, senso di colpa e urgenza di reprimere ciò che sentono.

 

 

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